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Perché Atene non si è presa una pausa dall’euro

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Perché Atene non si è presa una pausa dall’euro

Nei primi sei mesi di quest’anno – da quando a gennaio è arrivato al governo Syriza, partito di estrema sinistra e anti-austerity – la saga greca praticamente ha monopolizzato l’attenzione dei policy-maker europei.

Anche quando l’economia del paese precipitava, il nuovo governo greco è rimasto irremovibile nel chiedere una riduzione del debito senza austerità, e così si è andati avanti fino a metà luglio, quando all’improvviso il governo ha accettato le condizioni dei creditori. Perché il governo ellenico ha ceduto a condizioni che non soltanto contraddicevano le sue stesse promesse, ma oltretutto assomigliavano da vicino a quelle che l’elettorato aveva bocciato in massa in un referendum popolare indetto appena una settimana prima?

Molti credono che così il Primo ministro greco Alexis Tsipras abbia risposto all’ultimatum presentatogli dai suoi partner europei: accettate le nostre richieste o uscite dall’euro. La domanda che è interessante porci è perché un’uscita della Grecia dall’euro (l’ormai famosa “Grexit”) equivalesse a una simile grave minaccia.

Di fatto, da una prospettiva economica, la Grexit non rappresenta più la potenziale catastrofe di un tempo. Dopo tutto, la spesa più alta a breve termine in Grecia si è già materializzata.

In questo contesto, i negoziatori greci avrebbero potuto prendere in considerazione un’altra proposta, messa in circolazione a livello informale dal ministro greco delle Finanze: con essa si raccomandava di chiedere la cancellazione immediata del debito in cambio di un’uscita temporanea dall’euro. Se la Grecia fosse rimasta nell’euro non sarebbe stata assicurata alcuna riduzione, clausola coerente con la posizione della Germania secondo la quale la ristrutturazione del debito per i paesi della zona euro sarebbe illegittima. Mentre la tesi dell’illegittimità verosimilmente è falsa, una riduzione totale del debito per un paese della zona euro resta politicamente impossibile.

La proposta tedesca, propugnata dal ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, mette in risalto in maniera particolare il cambiamento sostanziale subentrato nei rapporti della Grecia con i suoi partner europei dai tempi dell’ultimo pacchetto di aiuti risalente a tre anni fa. Nel 2012 alla Grecia fu offerto un bailout di centinaia di miliardi di euro per sostenerla finanziariamente, e i suoi creditori, banche commerciali greche incluse, subirono pressioni per accettare drastici tagli “volontari”.

La dice lunga il fatto che quando George Papandreu, all’epoca Primo ministro della Grecia, propose nel 2011 un referendum sul programma di conciliazione in corso e sulla scelta del paese di continuare a far parte della zona euro, fu dissuaso senza mezzi termini dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Papandreu avrebbe fatto sicuramente campagna a favore del programma di aggiustamento strutturale e dell’adesione all’euro, ma un referendum era un rischio che i suoi partner europei non avevano nessuna voglia di correre.

Il governo Tsipras, invece, è riuscito a indire un suo referendum, e perfino a fare campagna contro il programma di aggiustamento strutturale proposto dai paesi creditori (che, si noti bene, non era neppure più sul tavolo). Nemmeno il clamoroso “no” pronunciato in massa dall’elettorato greco è riuscito a rafforzare la posizione negoziale del governo. E per una semplice ragione: la Grexit non è più considerata un pericolo per la stabilità dell’euro. Ecco perché le autorità tedesche – Schäuble in testa – stanno incoraggiando Atene a uscire dalla zona euro.

Riguardo alle motivazioni oggettive di Schäuble per premere per una Grexit si possono fare soltanto congetture. Il ministro tedesco delle Finanze sembra credere che una zona euro più integrata, per quanto sicuramente auspicabile, non sarebbe possibile con un paese nel quale non si ha più fiducia e che si ritiene non possa rispettare e onorare i termini concordati dal suo stesso governo.

A prescindere dalle motivazioni di Schäuble, la sua proposta avrebbe potuto effettivamente rappresentare una via di uscita per la Grecia, tenuto contro che la sua economia è stata prosciugata e inaridita dall’austerità, e che il suo sistema bancario era già chiuso. Sembrerebbe che un’immediata riduzione del debito e il recupero della sovranità economica – anche a costo di un’uscita dall’euro, per lo meno temporanea – avrebbe potuto offrire significativi vantaggi a lungo termine. Da un certo punto di vista, una soluzione di questo tipo poteva equivalere a un’opportunità d’oro, visto che la Germania si è offerta di pagare per qualcosa che molti credono che la Grecia dovrebbe fare in ogni caso. Nondimeno, il governo ellenico ha respinto l’idea dell’uscita dall’euro e ha accettato al contrario i duri termini fissati dai paesi creditori. Ciò lascia intuire che, durante le trattative, i leader greci siano stati spinti da altri motivi, al di là di quelli economici. Forse, contrariamente a quanto si crede di solito, l’attaccamento politico dei paesi all’Europa tramite l’euro resta ancora molto forte, perfino là, come in Grecia, dove un popolo ha affrontato e sopportato sacrifici senza precedenti da quando il paese è entrato nell’unione monetaria.

La motivazione di fondo dell’unione monetaria, come molti hanno fatto notare, è sempre stata più di natura politica che economica. E proprio per questa ragione, forse, è davvero prematuro ritenere finita la valuta unica.

(Traduzione di Anna Bissanti)