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L’Europa (disunita) nella morsa di troppe crisi

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egoismi e immigrazione

L’Europa (disunita) nella morsa di troppe crisi

  • –di Adriana Cerretelli

Si fa presto a dire Europa. La parola e il concetto sono abusati, ma la sua realtà si fa sempre più incerta e confusa. E rischia di finire stritolata nel caos che la debilita, dentro e fuori dai confini.

L’emergenza rifugiati non dà tregua. Più che efficaci terapie, i rimedi finora messi insieme sembrano tanti cerotti improvvisati, apposti (spesso finora più a parole che a fatti) sopra un problema di lunga e difficilissima soluzione. Perché la fuga di centinaia di migliaia di disperati da guerre, oppressioni e persecuzioni in Siria, Irak, Afghanistan ed Eritrea, che nasce dalla cintura di destabilizzazioni esterne troppo a lungo trascurate o del tutto ignorate, è ormai diventata destabilizzazione interna, sempre più invasiva, violenta, incontrollata. E, forse, incontrollabile a breve.

Naturalmente l’Europa ci prova a governare un fenomeno senza precedenti, dalle proporzioni bibliche, ma per ora non riesce ad andare molto oltre le gesticolazioni. Anche perché da troppo tempo ha perso la cultura della solidarietà e dell’unita: da troppi anni si è voluta non più Comunità, ma Unione di Stati nazionali sovrani, abbandonando le vecchie aspirazioni federaliste. Come tale dunque reagisce davanti a tutte le crisi che la colpiscono: rompendo le proprie file, con l’arroccamento di tutti i Paesi membri sul proprio particulare, la chiusura di ognuno su paure, egoismi e interessi più o meno reali da difendere.

È successo in modo plateale con la crisi greca, che non è finita ma è semplicemente entrata in fase di resipiscenza. E sta succedendo oggi con la crisi dei profughi. Che però promette di avere un impatto ben piú devastante e duraturo sul corpo molle dell’Unione. Perché la crisi attuale non è riducibile a un’equazione finanziaria che si risolve tramite la firma di un assegno da erogare con una serie di condizioni più o meno draconiane e il commissariamento più o meno duro di chi - Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Cipro - chiede aiuti europei.

La gestione dei profughi che arrivano a decine di migliaia da Grecia e Turchia passando dalla rotta dei Balcani non si risolve soltanto a suon di milioni di aiuti Ue o con la manica un po’ più larga nella valutazione dei deficit pubblici, la cosiddetta flessibilità del Patto di stabilità, per tener conto dei costi eccezionali e imprevisti che tutti i Paesi Ue oggi devono sobbarcarsi.

La marea umana che dilaga soprattutto a nord, in Germania e Svezia, ma scuote tutti i Paesi Ue, solleva paure, tensioni e problemi di identità e di equilibri socio-economici in società culturalmente impreparate ad affrontare la metamorfosi multi-razziale. Di qui l’ascesa generalizzata dei movimenti estremisti, nazionalisti, anti-europei e xenofobi, i crescenti sentimenti di insicurezza e intolleranza verso il diverso, l’erosione del consenso ai partiti tradizionali, con l’aumento della vulnerabilità dei Governi in carica. Non importa se portatori di politiche economiche vincenti.

Lo si è visto otto giorni fa in Polonia, dove la destra ultraconservatrice anti-Ue, anti-tedesca, anti-russa e anti-immigrati del partito dell’ex-premier Jaroslaw Kaczynski ha travolto il Governo centrista che ha fatto di quella polacca la sesta economia Ue, l’unica sfuggita alla crisi del 2008, con una crescita del 4% attesa per quest’anno. E lo si vede con le gravi difficoltà che il governo di Angela Merkel sta incontrando in Germania da quando la politica delle braccia aperte ai profughi siriani le ha scatenato contro le ire del suo stesso partito, a rischio di scissione, il crollo di popolarità personale e un futuro alla cancelleria più incerto.

In Europa non mancano le idee né i piani per governare l’emergenza: mancano però le strutture mentali, la tenuta psicologica e la cultura per riuscire a farlo nell’attuale situazione di estrema urgenza. E manca il senso di famiglia e di unità di intenti indispensabile per venire a capo di un problema che è almeno europeo, ma ci si ostina a guardare stando sulla difensiva, attraverso il filtro fuorviante di ansie nazionali che non lo risolvono, ma si limitano a produrre sicurezze false e provvisorie. Per questo le quote obbligatorie e permanenti di ripartizione intra-europea dei profughi non passano, i centri di raccolta e registrazione dei rifugiati e i rimpatri per i non aventi diritto faticano a vedere la luce. Intanto si erigono muri e reticolati ai confini esterni dell’Unione, ma si comincia a immaginarli anche per quelli interni dopo la sospensione dell’ordine di Schengen, sia pure teoricamente temporanea.

Per questo all’improvviso si corteggia la Turchia per farne l’hub esterno di raccolta e gestione dei disperati, nella speranza di rallentare i flussi tenendoli fuori casa, dimenticando la svolta autoritaria del regime di Erdogan, la sua violazione dei diritti umani e democratici fondamentali come la libertà di stampa, la parità di genere, il rispetto delle minoranze. Per questo si spera nella pacificazione della Siria e del Medio Oriente, ma si fa ben poco, quasi niente per propiziarla nei fatti, anche per l’irrilevanza politico-diplomatica in cui l’Europa si è auto-affondata.

Certo, la sfida non è di quelle che si possono risolvere in qualche settimana, ma le premesse poste finora e i malumori nazionali che le accompagnano non fanno ben sperare. Bisognerebbe però sapere e far sapere che fallire su questo fronte equivarrebbe a programmare ottusamente il harahiri della cultura e dell’identità europea.

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