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Il modello UniCredit nell’erogazione del credito sogno per le banche italiane

L’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni ha espresso ai suoi dipendenti la giusta soddisfazione per la decisione del Tribunale per il Riesame di Firenze che ha escluso anche il “fumus” di reato nei comportamenti di Unicredit. Continua pagina 41

Questa vicenda mette in luce l'uso troppo disinvolto con cui alcuni PM lanciano accuse infamanti. Quest'uso disinvolto non solo danneggia le imprese, ma mina anche la credibilità della magistratura stessa e l'efficacia della sanzione sociale. Se tutti vengono accusati dei reati più infamanti, l'opinione pubblica fatica a distinguere tra i criminali presunti e quelli veri, con l'effetto che questi ultimi possono continuare ad operare indisturbati.

L'unico risvolto positivo di queste inchieste è che gettano un po' di luce su aspetti gestionali, normalmente riservati: un po' come le email di Hilary Clinton. Queste rilevazioni ci permettono di valutare i punti di forza e di debolezza della governance di Unicredit.

Il principale punto di forza che emerge è che Unicredit si è dotata di una procedura di autorizzazione del credito in grado di resistere alle pressioni clientelari. Nonostante ci siano state pressioni per favorire Bulgarella, Unicredit ha deciso di non estendergli il credito, perché ben due comitati interni si sono opposti. Il principio di imparzialità è fondamentale in tutte le burocrazie, ma particolarmente nel settore del credito. Non solo Unicredit ha dimostrato di aver messo in piedi un sistema di valutazione dei crediti imparziale, ma anche di averlo dotato di sufficiente autonomia ed autorità da poter resistere a pressioni che venivano dall'alto. Sogno un'Italia in cui questo sia lo standard di tutte le banche.

Il primo punto di debolezza è che queste pressioni siano esistite. Nulla impedisce a un consigliere, che detiene informazioni particolari su un cliente, di condividere questa informazione con l'ufficio crediti. Ma proprio per rispetto dell'autonomia del sistema di valutazione interna tali informazioni devono essere trasmesse in forma scritta ed incluse nella pratica di credito. In questo modo è il consigliere stesso ad assumersi la responsabilità delle informazioni. Come io mi assumo – di fronte all'ufficio ammissioni – la responsabilità quando scrivo una lettera di presentazione per uno studente che vuole essere ammesso all'università. Diverse invece sono le pressioni clientelari, che non si basano su una maggiore conoscenza dei fatti, ma solo sul desiderio di favorire degli amici, da cui generalmente ci si aspetta di essere ricambiati in futuro. Le intercettazioni sollevano la possibilità che le pressioni in Unicredit siano del secondo tipo e non del primo, un dubbio che Unicredit deve fugare al più presto.

Il secondo punto di debolezza riguarda le comunicazioni tra un consigliere privo di deleghe e alcuni manager. Uno dei principi chiave di “corporate governance” è la non interferenza del consiglio nelle competenze delegate. Anche se il codice civile attribuisce la gestione della società al consiglio di amministrazione nella sua interezza, è buona pratica aziendale delegare la gestione ordinaria ad un amministratore, che prende per l'appunto il nome di amministratore delegato (AD). È molto importante che i consiglieri, sia collettivamente che individualmente, non si intromettano nella gestione delegata all'AD. Primo perché i dipendenti devono sapere da chi prendere ordini e non devono dover mediare tra ordini potenzialmente contraddittori: la presenza di troppi cuochi rovina le pietanze. Secondo perché il ruolo principale di un consigliere di amministrazione non è solo scegliere l'AD, ma anche giudicare fino a quando dare fiducia a quell'AD. Questa decisione non può essere serena se il consigliere oltre al ruolo di consigliere assume anche quello di gestore. La commistione non favorisce né il senso di responsabilità dell'AD, né la serenità di giudizio del consigliere. Infine, intromettendosi nella gestione attiva, i consiglieri rischiano di formare delle “cordate” di manager a loro fedeli, i quali stabiliscono dei rapporti preferenziali con alcuni consiglieri in cambio di una implicita promessa di sostegno nella carriera futura. Per questo il nostro codice civile stabilisce il principio della parità informativa, ovvero del divieto di scambio di informazioni diretto tra i dirigenti e consiglieri singoli, al di fuori delle riunioni formali di consiglio e comitati. Questo principio è rispettato in Unicredit? Le intercettazioni rappresentano l'eccezione che conferma la regola, o sono invece indicative di una prassi aziendale diffusa? A suo tempo Geronzi sosteneva di non aver bisogno di deleghe, a lui bastava il telefono.

Il terzo punto di debolezza riguarda il possibile ruolo giocato in Unicredit da Roberto Mercuri, factotum del vicepresidente (senza deleghe) Fabrizio Palenzona. L'informazione apparsa sui giornali è contraddittoria. C'è chi dice che Mercuri avesse un ufficio al piano direzionale di Unicredit. Le intercettazioni smentiscono quest' ipotesi, visto che i centralinisti di Unicredit non sono in grado di connettere Bulgarella con Mercuri, quando Bulgarella gli telefona in Unicredit. Ma il fatto stesso che Bulgarella cerchi Mercuri al centralino di Unicredit dà l'impressione che Mercuri sia di casa alla sede della banca milanese. Unicredit ha smentito che Mercuri abbia partecipato alle riunioni del comitato crediti, ma resta da chiarire se abbiamo partecipato ad altre riunioni.

Il tribunale di Firenze ha fugato il dubbio, tanto inquietante quanto assurdo, che in Unicredit agisse un'associazione a delinquere legata alla Mafia. Non ha potuto e non potrà mai fugare (non è il suo compito) il dubbio su come funziona la governance del consiglio di Unicredit. Ciò è compito e responsabilità del suo Presidente. Come giustamente ricorda Ghizzoni, il rispetto delle regole (non solo penali, ma anche di buona gestione) è fondamentale per salvaguardare un bene importante come la reputazione di una banca. Nella sua lettera ai dipendenti l'amministratore delegato di Unicredit esprime soddisfazione per l'esito dell'indagine interna che conferma che «i nostri colleghi hanno rispettato le regole». Come abbiamo già detto: questo è importante nella qualità dei crediti erogati da Unicredit. Sarebbe bello applicare le stesse conclusioni a tutti i consiglieri. In queste situazioni la best practice prevede che siano i consiglieri indipendenti ad affidare a una società esterna il compito di fare l'indagine. Ci auguriamo che il Consiglio di Unicredit agisca rapidamente, innanzitutto per il bene di Unicredit: l'autorità dell'amministratore delegato non deve essere minata dalle interferenze dei consiglieri. Ma ancora di più per la reputazione dell'Italia. Se non viene fatta chiarezza si muoverà il dal consiglio, alla fine si muoverà la Banca Centrale Europea, che di Unicredit ha la vigilanza. Aspettare l'intervento di Francoforte, però, sarebbe un ulteriore scacco alla credibilità delle istituzioni bancarie italiane. Speriamo sia evitato. Soprattutto in quelle che funzionano.

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