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Alle radici della jihad

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L’ANALISI

Alle radici della jihad

Pensare che il Pakistan sia lontano dall’Europa è un errore che stiamo ancora pagando. La jihad è nata qui. Oscurato dalle atroci imprese del Califfato, un intero pezzo di Asia, ribollente e sanguinoso,era caduto nell’oblio dell’Occidente.
Ma qui si combatte una delle guerre al terrorismo più devastanti del pianeta, lo stesso terrorismo che ha appena colpito a Lahore e destabilizza una vasta regione a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, proiettando l’attività dei militanti fino all’Europa.
Per la verità se ne era ricordato qualche tempo fa il presidente Barack Obama nel suo discorso sullo stato dell’Unione, affermando che Afghanistan e Pakistan sarebbero stati teatro del terrorismo per altri decenni, evitando naturalmente di menzionare le responsabilità americane e saudite o la collaborazione assai ambigua delle autorità pakistane e afghane: come abbiamo visto a Bruxelles, con l’arresto di uno dei complici dell’assassinio di Massud nel 2001, circolano ancora i jihadisti che sono stati allevati qui per decenni. Ma un tempo, negli anni ’80, erano gli eroi della guerra all’Armata Rossa, solo più tardi questi alleati dell’Occidente sono diventati “barbari e fanatici”.
Nell’enciclopedia della jihad, che si acquista per pochi dollari a Islamabad, il Pakistan - con Peshawar, capitale della zona tribale dei Pashtun - occupa un posto speciale.

Tutto è partito da qui: la lotta dei mujaheddin contro i sovietici, con il sostegno del generale pakistano Zia ul Haq, i soldi dei sauditi e le strategie americane, la propaganda di Osama bin Laden e di al-Qaeda, che fu fondata proprio a Peshawar nell’88. È qui che furono formati dai governi di Islamabad i primi battaglioni talebani per la conquista di Kabul. Bin Laden è stato ucciso in Pakistan, ad Abbottabad, il Mullah Omar è morto in un ospedale di Karachi: i servizi pakistani sanno molto più di quanto di solito non vogliano dire.
Gli stessi governi che devono combattere il terrorismo, con gravi perdite tra militari e civili, sono ambigui. Prendiamo l’attuale primo ministro Nawaz Sharif che ha lanciato una guerra senza quartiere ai talebani. Ecco cosa racconta Kahlid Khawaja, ex capo del famoso Afghan Bureau dell’Isi, i servizi militari pakistani. «Con il generale Hamid Gul organizzai un fronte di partiti per contrastare il premier Benazir Bhutto: fu il suo avversario Nawaz Sharif a chiedermi di vedere Osama.
Ci furono cinque incontri ma fu storico quello al Green Palace di Medina. Osama gli chiese se amasse la Jihad: «Certamente», rispose Sharif. Bin Laden allora gli tagliò davanti tre diverse porzioni di riso: «Questa è la più grande: rappresenta l’amore che nutri per i tuoi figli, questa di dimensioni inferiori è l’amore per i tuoi genitori, la più piccola indica la tua devozione alla jihad». Sharif chiedeva a Osama un contributo di otto milioni e mezzo di dollari; ne ricevette qualcuno di meno ma in compenso fu introdotto alla corte saudita».

Non solo. Il governo Sharif è tenuto in pugno dai militari che esercitano il vero potere: oltre all’atomica, controllano le relazioni diplomatiche con India, Stati Uniti e pezzi importanti dell’economia. E i generali non rinunciano all’influenza sull’Afghanistan, considerato parte irrinunciabile della “profondità strategica” di Islamabad, pronti quindi a manovrare, se serve, anche i gruppi più radicali, talebani compresi.
In realtà tutti sottolineano che nella lotta al terrorismo si tagliano i rami dell’albero ma non le radici. È interessante ascoltare quanto afferma Seyed Jafar Ahmed, direttore dei studi politici all’Università di Karachi. «L’impatto dell’integralismo e della propaganda saudita con il wahabismo, versione retrograda dell’Islam, è stato profondo: con la guerra antisovietica la jihad è diventata una “materia di studio”. Nel senso che i militanti di allora sono diventati insegnanti nelle scuole e professori negli atenei, contribuendo con gli ulema più radicali a promuovere una subcultura dell’estremismo nella società.
Sembrano lontani i tempi del fondatore Alì Jinnah che in un celebre discorso del 1947, anno della dolorosa partizione dall’India, predicava la tolleranza dedicando una giornata di festa nazionale alle minoranze e ai non musulmani. Ma il Pakistan, 200 milioni di abitanti, con una maggioranza conservatrice e non estremista, non è così lontano da noi e forse si può ancora salvare.

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