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Le elezioni americane e la caduta dei valori

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POPULISMO E DEMOCRAZIA

Le elezioni americane e la caduta dei valori

Le elezioni americane, ancora una volta, appaiono sintomatiche della caduta dei valori della civiltà occidentale. Pare strano che l’incertezza da loro provocata su opposti fronti abbia indotto a ripetere autorevolmente da varie voci che Donald Trump e Bernie Sanders possono essere qualificati come “populisti”.

Come può una parola che intende descrivere sia un socialista sia un miliardario avere lo stesso significato?

La verità è che la qualifica di populista ha soltanto un dirompente effetto dispregiativo nei confronti del politico che, rispetto alla cultura comune, rifiuta e mette in discussione e attacca in modo particolare il partito politico al quale appartiene.

Questo purtroppo non succede solo negli Stati Uniti, ma in tutti i Paesi occidentali che vengono chiamati democratici.

E che normalmente trovavano, proprio attraverso l’associazionismo dei partiti, una identità e coesione di ideologie, come aveva scoperto Alexis de Tocqueville, uno degli strumenti più efficaci della democrazia americana. Ma è proprio questa identità e comunione di idee dirette a proteggere il cittadino nei confronti dello Stato che il populismo nega e tende a distruggere.

È questo il motivo per cui risulta che il populismo sia indicato come una delle ragioni fondamentali anche del totale sfaldamento della democrazia e della rottura definitiva tra capitalismo e democrazia.

D’altra parte, una democrazia ridotta a mera rappresentatività, nella quale l’unico diritto è costituito dalla facoltà di scegliere il proprio rappresentante, non è democrazia, come ha giustamente fatto notare John Dunn (Il mito degli uguali. La lunga storia della democrazia).

Il concetto di maggioranza, in una società di uguali, si è sempre rivelato fallace. Come aveva già notato Aristotele, in ogni società i poveri sono sempre stati la maggioranza, ma il potere è stato preda delle minoranze.

Una minoranza organizzata riesce sempre a comandare ed il compito della democrazia è quello del controllo di queste minoranze, affinché non impongano il loro interesse a discapito di quello generale. È il grande tema del conflitto di interessi, che si intreccia con quello della politica.

Ma la politica è in grado di governare facendo attenzione ad evitare il conflitto di interessi?

Dopo la caduta del muro di Berlino la globalizzazione economica, alla quale è seguito in larga misura l’affievolirsi della sovranità dei singoli Stati, ha portato ovunque il sopravvento dei dogmi del capitalismo finanziario. La politica è parsa in balìa della finanza, che ne ha dettato le azioni, ne ha sollecitato i provvedimenti, insomma, ha comandato senza governare, senza prendersi la responsabilità dell’azione politica. I singoli Stati, ormai, sono divenuti vittime quasi inermi della stessa speculazione, lontana da ogni efficiente disciplina internazionale. Sicché anche le stesse democrazie sono state eterodirette e costrette sempre più a privilegiare i diritti dei loro creditori (speculatori) rispetto ai diritti dei cittadini. E questo non crea un problema esclusivamente economico, come si vorrebbe dipingerlo, sminuendolo, ma costituisce il vero problema politico, che ancora deve essere completamente messo a fuoco.

Cosa rappresenta il voto, se chi comanda non è eletto dal popolo? È proprio su questa situazione paradossale che si è instaurata la nuova stagione del populismo politico.

Dove la speculazione e la finanza controllano la politica, la stessa democrazia e i diritti dei cittadini diventano sempre più traballanti. Quasi a confermare una parte delle tesi marxiane, il capitalismo è stato capace di modificarsi e adattarsi alle culture dei vari paesi, seguendo dove possibile le loro storie e tradizioni sociali, che a loro volta hanno ampiamente giocato sulle differenziazioni. E così, al capitalismo neoliberista si è affiancato un nuovo capitalismo di Stato, che ha coniugato, ad esempio, nel più importante Paese dove si è sviluppato, la Cina, alle più recenti teorie maoiste la grande tradizione confuciana. E pensare che l’espressione capitalismo era ignota fino al 1870, come osservava Fernand Braudel.

Sembra oggi inutile perciò fare ancora riferimento al capitalismo industriale, o ai problemi prioritari dell’occupazione, che pur avevano avuto negli anni una solida teorizzazione, poiché essi sono stati completamente sostituiti da altre forme di capitalismi, condizionati dall’espandersi globale di una dirompente finanza speculativa, più virtuale che reale, ma che ha condizionato la stessa realtà, aiutata da uno sviluppo tecnologico incontrollato. Capitalismi caleidoscopici, dunque, con derive contraddittorie, che hanno messo in discussione sia gli Stati, sia le loro strutture istituzionali.

La coesistenza armonica tra capitalismo e democrazia si era realizzata solo nel periodo del “welfare state”, ma si è definitivamente rotta negli anni ’80 del secolo scorso, quando l’andamento e lo sviluppo sempre più imponente della componente tecnologica ha scalfito questo rapporto, sostituendo al “mito degli uguali” l’ineguaglianza, sicché ora cercare di conciliare i due concetti sembra, come ha scritto Habermas, andare alla ricerca della quadratura del cerchio. È così che allora, riprendendo dal disfacimento dei valori fondamentali delle democrazie occidentali, manifestatosi con l’avvento dei nuovi populisti, si può tranquillamente affermare che qualunque sarà il risultato finale delle elezioni americane per la presidenza, il quadro non cambia.

Il problema vero di questo decennio non è quello di salvare il capitalismo, che prosegue nelle sue camaleontiche trasformazioni, ma di salvare la democrazia, sottraendola il più possibile all’influenza del denaro, della corruzione, e delle decisioni unilaterali di qualche “capo popolo”.

È per questo che le conclusioni del magnifico recentissimo libro di Robert Reich, Salvare il capitalismo, non mi trovano completamente d’accordo. Solo una democrazia forte e non in disfacimento può ricostituire quel complesso di idee che possono bloccare il naturale effetto di diseguaglianza rivendicando il valore prioritario dei diritti umani.

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