I Paesi europei che stanno negoziando il riconoscimento o meno alla Cina dello status di economia di mercato dovrebbero pensare alle dinamiche che l’anno scorso hanno portato all’inclusione del renminbi nel paniere dei Diritti speciali di prelievo. È la strada del compromesso sub condicione: l’Fmi ha adottato una posizione di compromesso in cui l’Europa ha svolto un ruolo cruciale nel convincere gli americani a riconoscere al renminbi, valuta non convertibile, lo status di moneta di riserva internazionale scommettendo sui riformatori cinesi guidati dal Governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan.
Non passa giorno senza che la Cina dimostri di aver svolto diligentemente i compiti che le ha assegnato l’Fmi, dall’operazione trasparenza sui derivati inclusi nelle riserve nazionali ai nuovi criteri di monitoraggio adottati sulle riserve in valuta estera, quindi un compromesso tra Ue e Cina sullo status di economia di mercato rafforzerebbe l’alleanza tra coloro che in Europa guardano con interesse ai cambiamenti in atto in Cina e i riformatori cinesi ai quali si riconoscerebbero gli sforzi fatti finora. Dal 1978 in poi, le politiche di riforma e apertura intraprese dalla Cina hanno iniziato a far sentire gli effetti, la terza e la quarta Sessione plenaria del 18° Comitato Centrale del Partito, incentrate sul principio del ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse, hanno dato un’ulteriore spinta all’economia socialista con caratteristiche cinesi. Oggi che l’economia cinese si trova in una fase di trasformazione la domanda di tecnologie avanzate europee sta crescendo a dismisura: serve un patto nuovo basato più che sul passato, e quindi sugli errori di un modello economico non più sostenibile, sul futuro e sull’innovazione, un fronte sul quale le aziende cinesi ed europee possiedono un enorme potenziale di sviluppo in settori comuni, come ricerca e innovazione, lo sviluppo di mercati terzi.
L’Europa rappresenta un’importante opzione per gli investimenti di qualità delle imprese cinesi, dalle costruzioni ingegneristiche, alle macchine utensili, all’industria automobilistica, l’edilizia, i trasporti, le telecomunicazioni, l’energia, la finanza. L’adesione di Pechino al piano Juncker e il negoziato in corso per la riforma dei reciproci investimenti sono altri elementi che giocano in favore di una soluzione che guardi alle prospettive future. Grazie alla cooperazione commerciale – in 40 anni il commercio bilaterale è cresciuto di 250 volte - oggi il 15% delle attrezzature nucleari e il 30% di quelle ferroviarie per l’alta velocità cinesi proviene dai Paesi europei più sviluppati: il che ha favorito lo sviluppo economico europeo. La concessione dello status sarebbe vista come un’apertura di credito, non certo una cambiale in bianco perché avrebbe come collaterale il mantenimento di misure Ue di difesa anti-sussidio non solo per proteggere alcuni settori considerati strategici, ma anche per incoraggiare le riforme in Cina, la cui spinta potrebbe venire meno se il riconoscimento di status di economia di mercato non avesse condizioni. La decisione da prendere è economica e politica. In gioco ci sono le relazioni con la Cina, 2° partner dell’Europa (dopo gli Usa) e un investitore sempre più importante per il Vecchio continente. Sarebbe nell’interesse di Ue e Italia adottare una posizione di compromesso sulla questione, riconoscendo alla Cina lo status di economia di mercato ma mantenendo misure di difesa anti-sussidio, quelle che davvero contano per difendere i settori industriali considerati strategici. Questo per tre motivi almeno. Intanto mantenere il vantaggio competitivo sugli Usa la cui posizione negativa nei confronti della Cina è condizionata dalla campagna presidenziale in atto; lavorare per l’unità nella Ue ed evitare rappresaglie commerciali contro singoli Paesi; aiutare le spinte riformiste in Cina che puntano, tra l’altro, su un’economia rimodellata da robuste iniezioni di innovazione.
La Cina prima che un’economia di mercato oggi è un Paese che lotta al suo interno per le riforme. Una decisione favorevole della Ue permetterebbe alla Cina di “salvare la faccia” e alla Ue di ingraziarsi l’ala riformatrice del partito. Allo stesso tempo, mantenendo una serie di misure di difesa anti-sussidio, la Ue segnalerebbe che con l’avanzare delle riforme e l’apertura del mercato cinese, queste potrebbero essere gradualmente tolte. La consultazione pubblica (impact assessment) sulle conseguenze della concessione condotta dalla Commissione Europea e fortemente voluta dal Governo italiano, al di là dei risultati, è poco probabile che cambi le posizioni dei partner europei. Ma l’Italia, unico Paese Ue che si è schierato contro l’attribuzione dello status alla Cina, ha la possibilità di giocare un ruolo chiave nella partita, grazie alle buone relazioni con Pechino che le consentono, se il Governo Renzi lo volesse, di rimescolare le carte al tavolo negoziale Ue ed essere percepita non più come un Paese arroccato a difesa di alcune specifiche produzioni ma come il deus ex machina di uno storico compromesso tra Europa e Cina.
Nicola Casarini è responsabile Asia dello Istituto Affari Internazionali
Rita Fatiguso è corrispondente del Sole 24 Ore da Pechino
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