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Il passo lento di un «popolo di anziani»

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L'Analisi|Interventi

Il passo lento di un «popolo di anziani»

I vecchi vanno a passo lento. Così l’Italia, che finalmente consolida l’uscita dalla recessione con una costellazione di zero virgola. Raramente nelle discussioni sulla bassa crescita ci ricordiamo che il nostro problema principale è di essere drammaticamente vecchi: 161 persone maggiori di 64 anni per ogni 100 con meno di 15. Solo la Germania fa peggio di noi in Europa (204,9), mentre altri paesi come Francia e Gran Bretagna hanno un indicatore decisamente inferiore a 100, ossia più giovani che vecchi. Ha dunque fatto bene l’Istat, nel suo rapporto annuale sulle condizioni del nostro paese, a concentrarsi sulla demografia, immediatamente dopo l’analisi sulla situazione economica generale.

Partiamo dalle buone notizie. Il quadro che l’Istat dà del 2015 è quello chiaro del consolidamento del processo di crescita. Non solo il Pil per la prima volta chiude in territorio positivo (+0,8%), ma tutte le principali componenti del sistema economico tendono al bello. Crescono gli investimenti (+0,8), i consumi (+0,9), la produzione industriale (+1,1), l’occupazione (+0,8), mentre calano gli indicatori di povertà delle famiglie.

Renzi può essere contento. Il consolidamento è anche frutto delle sue riforme. Ma fino a un certo punto. I nostri zero virgola, per quanto si preveda aumentino sopra l’uno nel 2016, comunque riflettono nodi strutturali di cui l’invecchiamento è forse il principale (Si veda Alberto Orioli il 12 maggio su queste colonne per un’analisi ampia sulle cause del passo lento). All’implicazione ovvia di una popolazione attiva che tende a ridursi rispetto alla popolazione passiva, si aggiungono altri due nodi.

Il primo è che l’età media di chi lavora aumenta, con effetti non trascurabili sulla produttività. Il tasso di occupazione degli anziani (50-64) dal 2008, ossia in piena recessione, è aumentato del 9,2%, mentre quello dei 35-49enni si è ridotto di 4,2 punti. In parte questo fenomeno è dovuto allo spostamento in avanti dell’età pensionabile e in parte all’invecchiamento della popolazione. Naturalmente l’implicazione dell’allungamento della vita è che gli anziani sono molto più arzilli e attivi di un tempo, ma purtroppo, comunque, meno arzilli dei giovani.

Il secondo nodo è che i pochi giovani li utilizziamo poco e male. Il dato forse più drammatico è il numero dei Neet, ossia dei giovani (15-29) che né studiano, né hanno o cercano lavoro: 2,3 milioni. Ma per gli individui attivi non va meglio. Il tasso di occupazione dei maschi tra i 25 e i 29, un’età in cui gli studi sono quasi per tutti finiti, il tasso di occupazione è calato da circa l’80% nel 2004 a meno del 60% nel 2014. E il 70% di loro vive ancora a casa. Per le femmine, va ancora peggio, con meno di una su due con un’occupazione. Il 75% dei loro coetanei nati negli anni quaranta era già sposato e con un figlio. Dunque non solo produciamo meno beni e servizi e meno bambini.

Un altro dato inquietante che emerge dal rapporto Istat è che nonostante sia aumentata sensibilmente la quota di laureati nel mercato del lavoro, il numero di sovra-istruiti tra i 15-34 anni è il triplo delle coorti più anziane. Dunque neppure si riesce a trovare un buon match tra caratteristiche della domanda e offerta di lavoro: ciò che i giovani hanno da offrire rispetto a quel che le imprese domandano.

Il rapporto dell’Istat ci dà infine un flash, che forse meglio di altri rivela l’importanza di avere tanti giovani attivi. È la capacità delle imprese di creare posti di lavoro in base all’età dell’imprenditore. Se si considerano le micro-imprese, gli imprenditori giovani (meno di 30 anni) sono riusciti nell’ultimo anno a creare molti più posti di lavoro degli anziani (over 50) soprattutto nelle start up ad alta tecnologia. Dato che nei settori avanzati le nuove imprese sono il principale polo di creazione di nuova occupazione, l’accoppiata impresa giovane-imprenditore giovane è un ingrediente fondamentale della crescita futura del paese che va in ogni modo rafforzato.

Se all’invecchiamento della popolazione si aggiunge anche l’invecchiamento del sistema produttivo, il problema è doppio. E purtroppo il tasso di natalità di nuove imprese è da noi più basso che altrove (7,2% contro 9,5% in Francia e 14,1% in Gran Bretagna).

Insomma, ovunque abbiamo bisogno di gioventù e di un passo lesto, sia che si parli di persone che di imprese. Per ora, un po’, ci aiutano gli immigrati, l’unico motore di ringiovanimento della popolazione. Ma il Governo dovrebbe affrontare il nodo demografico in modo molto più incisivo: aumentare la popolazione e accelerare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

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  • Giorgio Barba Navaretti. Giorgio Barba Navaretti è Professore Ordinario di Economia politica all'Università degli Studi di Milano, direttore scientifico del Centro Studi Luca d'Agliano e Distinguished Visiting Faculty a ...