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Ma la casa della Gran Bretagna resta l’Europa

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Le lettere

Ma la casa della Gran Bretagna resta l’Europa

Gentile Dott. Galimberti,

qualche riflessione su Brexit con una premessa: la Gran Bretagna è sempre stata gelosa della propria insularità e ha guardato al “continente” con un misto di attrazione/diffidenza.

Chiaramente, la vicenda non riguarda solo Londra e Bruxelles,
ma la concezione stessa dell’Unione europea.

Le conseguenze della scelta referendaria aprono prospettive articolate ed incerte.

La sconfitta di Brexit cambierebbe, comunque, le condizioni di partecipazione della Gran Bretagna all’Unione. Questo cambiamento mette in discussione, dal profondo, il senso del “progetto europeo”.

In sostanza, la proposta di Cameron è quella di rinegoziare le forme di adesione della Gran Bretagna alla Ue.

Nell’accordo negoziato da Cameron nel febbraio scorso ci sono tre aspetti ritenuti essenziali: protezione dei propri interessi economici, escludendo qualsiasi discriminazione per il fatto di non far parte dell’eurozona – minore protezione sociale dei cittadini Ue emigrati in Gran Bretagna – disimpegno nella costruzione di un’Europa sovranazionale.

Si mantiene la libertà di circolazione dei capitali, dei servizi, delle merci, ma si limita quella delle persone. In pratica, la Gran Bretagna è interessata a un progetto europeo che consideri soltanto la dimensione economica. A mio avviso è già stato concesso troppo!

Non c’è in quell’accordo alcun riferimento alle idee dei padri fondatori.

Stando così le cose Brexit sarebbe un ostacolo su cui va a infrangersi l’originario progetto europeo.

La Gran Bretagna chiede, in sostanza, di tutelare una “differenza”, un privilegio: in questo senso anche altri Stati vorrebbero uguali tutele, con buona pace
di un progetto federalista già
difficile per il nazionalismo
francese e la predominanza dirigista della Germania.

Sergio Indri

Caro Indri,

la sua lettera è stata scritta prima del risultato del referendum in favore del Brexit.

Gli inglesi, chiaramente, hanno votato “con la pancia” e non con la testa.

Le dico un aneddoto di qualche anno fa. Lei sa che gli inglesi sono sempre stati insofferenti alle manie regolatorie di Bruxelles, che prescrivono (quasi) tutto, dalla grossezza degli asparagi al rumore dei tagliaerba. Proprio a proposito dei tagliaerba, l’intervento di Bruxelles sui decibel di quelle macchinette era stato richiesto anni fa proprio dal governo britannico, che si lamentava di come una legge tedesca ponesse limiti a quelle emissioni sonore, limiti che lasciavano fuori i tagliaerba inglesi.

Bruxelles introdusse così una regola comunitaria, che spazzava via le regole nazionali, e i tagliaerba britannici furono di nuovo venduti in Germania...

Cosa succederà dopo il referendum? A parte le possibilità di un “ravvedimento operoso” (la questione è complicata, perché la Brexit non è tecnicamente vincolante per il Parlamento) ci sono due anni di “limbo” per negoziare il ritiro della Ue, e la soluzione più probabile è un’associazione “alla norvegese”, che dia pieno accesso al mercato unico e a tutte le sue regole (incluse, per fortuna degli inglesi, quelle sui tagliaerba), ma senza la possibilità di influire sulle regole stesse.

Dal tenore della sua lettera mi sembra che lei concluda, a proposito del ritiro inglese, «meglio soli che male accompagnati».

Personalmente, vorrei che gli inglesi si ricordassero di quel che un loro grande compatriota, John Maynard Keynes disse, tornando a Londra, nell’agosto 1944, dopo Bretton Woods: «Quando torno a casa, non torno a casa in Inghilterra. Torno a casa in Europa».

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