Commenti

Lezioni economiche dagli anni 70

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi|Global view

Lezioni economiche dagli anni 70

Quando non sono occupato a cercare di fare qualcosa per contrastare l'orrore politico che si sta dispiegando negli Stati Uniti, impiego il mio tempo a revisionare capitoli di manuali di economia e a prepararmi per una serie di discorsi in Europa, fra cui uno che ho tenuto recentemente a Ginevra sugli insegnamenti macroeconomici che si possono ricavare dall’esperienza recente (potete vederlo qui: bit.ly/2aMrDtR). E mi sono trovato a tornare su un tema che ho sfiorato occasionalmente nel corso degli anni: ho l’impressione, fin troppo frequente, che gli economisti e la politica economica avrebbero potuto reagire meglio alla crisi finanziaria se avessero usato i buoni vecchi strumenti teorici di una volta, per esempio le cose che dicevano i keynesiani intelligenti intorno al 1970.

Ultimamente ho dato un volto alla mia ipotesi: mi piace immaginare come avremmo reagito alla crisi se avessimo seguito i consigli di un personaggio che concepisco come un «James Tobin immaginario». Mi sono trovato a rileggere alcuni degli scritti di quell’epoca del compianto economista, e sono stati una rivelazione.

Voglio concentrarmi in particolare sul discorso di Tobin nel 1972 di fronte all’American Economic Association dal titolo «Inflazione e disoccupazione». Ricordo com’era visto quel discorso tra gli studenti miei coetanei: l’ultima, strenua resistenza di Tobin, una disperata azione di retroguardia nel dibattito con Milton Friedman sulla teoria del tasso naturale. E tutti sapevano che Friedman aveva vinto quel dibattito: la stagflazione gli aveva dato ragione.

Però, a leggerlo adesso, i fatti danno ragione a Tobin. Sostiene che la curva di Phillips a lungo termine probabilmente non è verticale a livelli di inflazione bassi, forse a causa della rigidità al ribasso dei salari nominali combinata con il churn, che fa sì che alcuni mercati del lavoro abbiano raggiunto quel limite inferiore mentre altri no. E Tobin propone un’acuta osservazione empirica per giustificare la sua tesi: la necessità di evitare, per citare le sue parole, «l’implicazione, empiricamente discutibile, dell’ipotesi del tasso naturale, per cui tassi di disoccupazione solo leggermente più alti del tasso critico innescheranno una deflazione in continua accelerazione. Le curve di Phillips appaiono piuttosto piatte a tassi di disoccupazione alti. Durante la grande contrazione del 1930-1933, i tassi salariali scendevano lentamente anche in presenza di una disoccupazione su larga scala e di una consistente deflazione dei prezzi al consumo. Alla fine, nel 1932 e nel 1933, i tassi salariali scesero più bruscamente in reazione al protrarsi di una situazione di disoccupazione, licenziamenti, chiusure di aziende, e alle minacce e timori di altra disoccupazione, altri licenziamenti e altre chiusure».

Infatti il ritorno della disoccupazione di massa dopo il 2008 non ha prodotto granché in termini di discesa dei salari, se non (alla fine) in Grecia dopo anni di disoccupazione a livelli da Grande Depressione.

Quando parlo di questioni su cui una generazione precedente aveva le idee più chiare di troppi macroeconomisti moderni, di solito mi concentro sul versante della domanda. Ma anche sul versante dell’offerta aggregata i vecchi ne capivano di più.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© Riproduzione riservata