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Brexit manda in frantumi la «vecchia» politica

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L'Editoriale|TORIES, LABOUR E UE

Brexit manda in frantumi la «vecchia» politica

In attesa di esplodere del tutto sui mercati, ribaltando un quadro economico aggrappato all’incertezza e segnato dalla fragilità della sterlina, le conseguenze della Brexit mandano in frantumi la politica britannica. Quella che noi continentali abbiamo tanto amato, essendo ricetta di un successo che accompagna il Regno di Elisabetta da tre decenni almeno. Laburisti e conservatori mutano pelle al ritmo di un’accelerazione sorprendente della storia, avviata dalla crisi di Lehman e maturata del tutto con il referendum che ha deciso il divorzio di Londra dall’Unione europea.

Il leader laburista Jeremy Corbyn rivendica, così, di aver definitivamente consegnato alla spazzatura il neo-centrismo di Tony Blair, sostituendo il New Labour con la mascherata di un Old Labour in bilico fra movimentismo giovanile e nostalgie di socialismo in purezza. Mutazione avviata un anno fa che nei giorni scorsi s’è compiuta, trasformando - come ci è già capitato di dire - il Regno di Elisabetta in uno Stato a partito unico. Incatenato al “first past the post” di un maggioritario secchissimo, il Labour radicalizzato e ri-sindacalizzato non potrà mai diventare partito di governo. Opposizione eterna che ha indotto Tony Blair a un ammiccante no comment sul suo possibile ritorno alla politica per riavvicinare il partito al centro, verso quel ceto medio che considera carburante per la vittoria elettorale. Il colpo di scena nelle sceneggiate anglosassoni non manca mai, anche se il riemergere di Blair con un ruolo attivo è estremamente improbabile.

Se l’assenza di personalità a sinistra spinge a fantasiose divagazioni scavando nel passato per immaginare un leader, il vuoto a destra non consente nemmeno quelle. Margaret Thatcher crediamo che si rivolti nella tomba al ritmo degli acuti ascoltati alla Tory conference di Birmingham. Ci limitiamo a riportare una frase della signora neo-premier Theresa May: «Se credi di essere un cittadino del mondo non sei cittadino da nessuna parte. Semplicemente non sai che cosa significhi cittadinanza». Parole che sono una esplicita dichiarazione di guerra a Londra.

A capitale che genera un quarto e più della ricchezza nazionale è il motore della progressione britannica avviata dalle liberalizzazioni thatcheriane, dal Big bang della City, dalle privatizzazioni nel quadro di quell’epica resa dello Stato nell’economia nazionale che fece di Londra un esempio nel mondo.

Oggi i Tory mettono in discussione sé stessi, presi come sono a rivendicare interventismo del settore pubblico, pronti come sono a usare slogan contro le “élite del capitalismo”, disponibili come sono a chiudere l’uscio agli stranieri in nome di un’ideologia con accenti isolazionistici. Con buona pace del melting pot londinese, ingrediente vero – insieme con la lingua inglese – di un successo invidiato da tutti.

E i tory lo fanno con parole d’ordine tanto ruvide da indurre un lucido demagogo come Nigel Farage, leader storico dell’eurofobo Ukip, a riconoscere sconsolato «i conservatori mi copiano...». È vero, sia nella forma che nella sostanza.

In Gran Bretagna accade così un fenomeno eccentrico rispetto al trend continentale. I movimenti populisti, a queste latitudini, si fanno partiti, occupando a sinistra e a destra le forze tradizionali e spostandole sulle ali più estreme nella convinzione apparente che il centro non esista più, divorato dalle disuguaglianze sociali.

C’è del vero in questa dinamica. Meno vero è che la ricetta per sconfiggere l’inequality debba passare per il rilancio di uno statalismo esasperato come vorrebbe il Labour o per il recupero di un nazionalismo tronfio e autarchico come talvolta mettono in scena i tory. Ricetta confusa quest’ultima quando incrocia il cammino del negoziato sulla Brexit, alternando voci in libertà di ministri in aperta contraddizione.

Theresa May fa il “poliziotto cattivo” con toni inclini all’hard Brexit (rottura traumatica con i partner e uscita completa dal mercato unico) mentre il suo Cancelliere, Philip Hammond, è il “poliziotto buono”, sostenitore di un atterraggio morbido che va promettendo ai banchieri di Wall Street pur di trattenerli nella City. Le “élite del capitalismo” in questi frangenti tornano a piacere.

Le ipocrisie del negoziato anglo-europeo che Londra non ha la più vaga idea di come maneggiare sono sotto gli occhi di tutti, ma sarebbe un errore credere che quanto accade in Gran Bretagna sia solo tatticismo. Il tono e la strategia politica dei laburisti e, quel che più conta, dei conservatori al governo, sono cambiati. È l’ora di un ritorno ai dogmi del socialismo d’antan per la sinistra, è l’ora di inventare il “social-capitalismo” per la destra. Ricaduta del referendum di giugno? Certo, ma con le radici ben piantate – come la Brexit stessa – nella grande crisi del dopo Lehman.

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