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L’Europa senza bussola

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L'Editoriale|Scenari

L’Europa senza bussola

Prima il ruggito del topo ha rischiato di affondare il Ceta, l’accordo di libero scambio Ue-Canada: il faticoso dietrofront della Vallonia, micro-regione del Belgio da 3,5 milioni di abitanti, il ritiro delle sue riserve l’ha salvato sul filo di lana. Ma l’entrata in vigore definitiva non è priva di nuovi rischi: deve passare per ben 38 ratifiche nazionali e regionali.

Poi il barrito dell’elefante, con il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, all’attacco della Commissione europea per invocarne ad alta voce l’esproprio di competenze, questa volta sulle politiche macroeconomiche e di bilancio nazionali, da affidare all’Esm, il Fondo salva-Stati: istituzione troppo politica la prima, meglio la neutralità del secondo.

Nel mezzo la voce ancora afona di Mark Rutte, il premier olandese che, senza fragore, ha appena scampato l’ultimatum parlamentare del 1° novembre, ottenuto altre 6 settimane per trovare un accordo politico che non lo costringa a revocare la ratifica dell’accordo di associazione e libero scambio con l’Ucraina, provvisoriamente già in vigore dal gennaio scorso, perché così deciso dal risultato del referendum consultivo di aprile: solo il 32% degli aventi diritto ha votato ma il 61% di questi ha detto no.

E ancora sussurri e grida di varia potenza e pericolosità: l’Alta Corte britannica che chiama il parlamento a pronunciarsi su Brexit contro il no del governo May, aggiungendo nuove incertezze a una partita confusa e complicatissima. L’Italia di Matteo Renzi che non ci sta a quelle che, a suo dire, sono le regole inique di un’Unione che prende molto e restituisce troppo poco, applica l’eurodisciplina a soggetto, secondo il tipo di stabilità, economica o migratoria, in gioco.

La Polonia di Jaroslaw Kaczynski che respinge al mittente le reprimende europee sulla sua gestione dello Stato di diritto. I 4 di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia) che non solo pretendono la solidarietà flessibile nella ripartizione dei migranti ma teorizzano la contro-rivoluzione per una nuova Europa di Stati sovrani e indipendenti. Tante storie diverse, apparentemente lontane tra loro, ma molto più vicine di quanto non si creda. Tutte il riflesso del mal sottile che sta lentamente consumando l'Europa del dopoguerra, che continua a perdere consensi popolari perché spesso la si scambia con le vere o presunte malefatte della globalizzazione.

Ormai ogni scusa è buona per metterla in croce: Brexit insegna. Ma mentre in passato la si accusava strumentalmente in difesa degli interessi nazionali senza mai rimetterla in discussione, oggi lo si fa per disfarla a poco a poco: demonizzazione fa rima con l'ansia di demolizione.Naturalmente c'entrano appuntamenti e tempeste elettorali alle viste, le ambizioni politiche dei singoli come il disagio di democrazie e di società provate da recessione e ripresa stanca, da insicurezze diffuse e accresciuti divari sociali, dalle paure no-global facilmente clonate in rigetto no-Europe. Che dilaga anche a Nord, nel suo pianeta più affluente.C'è un filo sottile che lega i killeraggi di Ceta e Trattato con l'Ucraina, i diffusi assalti governativi alla diligenza europea e l'attacco frontale di Schauble alla Commissione Ue: è la sfiducia reciproca a tutti i livelli, il solo patrimonio di cui l'Europa di oggi abbonda.

«Se i ministri delle Finanze non rispettano le regole che si sono dati, da dove potrà venire la fiducia nella nostra moneta?», chiede Schauble citando il presidente della Bce Mario Draghi. Il suo non è un soprassalto ideologico ma l'interrogativo che nasce dalla crescente angoscia del vivere insieme senza più intendersi se non per denominatori comuni sempre più minimi. In dissolvenza. Quando i valloni temono le prepotenze delle multinazionali ai danni dei Governi e gli olandesi esigono garanzie che l'Ucraina non sarà integrata nell'Ue, non avrà protezione militare europea, né finanziamenti extra e nemmeno libera circolazione dei lavoratori rovesciano sul tavolo comune lo zibaldone di paure più o meno giustificate e razionali, non il disegno di un'Europa più giusta e benevola. Del resto minare la sua credibilità internazionale come partner, commerciale e non, paradossalmente non aiuta a fugare quelle paure ma a moltiplicarle nel tempo, mettendo a repentaglio la crescita economica e la sicurezza su una frontiera esterna e dir poco tellurica, a ridosso della Russia di Putin.

Quando Berlino destruttura le istituzioni Ue puntando quasi tutto sul metodo intergovernativo che marginalizza Bruxelles, crea un vuoto di poteri e di mediazione politica che accresce e non attenua l'attuale incertezza. Travagli difficili ma inevitabili nell'Europa in transizione verso un ordine nuovo, ancora tutto da inventare? C'è da sperarlo. Perché l'alternativa sarebbe ben peggiore dei mali che si vorrebbero curare: senza Unione la globalizzazione diventerebbe uno schiacciasassi senza freni.

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