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La giusta direzione e la nota dolente

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L'Editoriale|L’editoriale

La giusta direzione e la nota dolente

È una fotografia con non pochi contrasti quella che emerge dal rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato ieri dalla Banca d'Italia. I segnali positivi che già erano emersi nel passato vengono confermati: primo fra tutti il netto rallentamento dei crediti dubbi, che nel nostro Paese avevano raggiunto uno dei livelli più alti dell'intera eurozona. Ma anche i dati sul patrimonio delle banche dicono che l'irrobustimento è stato significativo ed allineato alla media europea.
Il punto dolente è la redditività. Gli utili netti si sono ridotti sensibilmente e generano una redditività del patrimonio (Roe) del 3,5 per cento: in base annua la metà dell'anno precedente, confermando il distacco rispetto al resto d'Europa. Nell'ultimo decennio, dice il rapporto, il Roe delle banche italiane è stato del 3 per cento, contro il 7,5 di quello europeo. Una parte di questo divario è spiegato dalla particolare gravità della caduta economica (l'eurozona ha recuperato il livello di reddito pre-crisi, l'Italia no); dal fatto che la crisi ha penalizzato soprattutto le banche orientate all'attività tradizionale; dall'onnipresente maggior carico fiscale, ma anche dalla minor efficienza operativa rispetto agli altri sistemi bancari.

Il guaio è che la media europea è ben lungi dal costituire un modello da imitare, perché l'intero sistema del vecchio continente è afflitto da una redditività di base modesta e nettamente inferiore a quella degli Stati Uniti. Lì il rapporto fra utile netto e totale attivo, dopo essere crollato per un paio d'anni è poi risalito stabilmente oltre la soglia dell'1 per cento e consente una remunerazione del capitale intorno al 10 per cento.
Nel vecchio continente ha segnato un mesto e continuo declino fino a valori compresi fra 0,2 e 0,4 per cento. Per la cronaca, le banche ultime in classifica sono quelle tedesche. Naturalmente questo significa anche che si riducono al lumicino le possibilità di crescita organica del patrimonio.
Non c'è da stupirsi se il mercato picchia duro sulle banche europee, esprimendo prezzi ben inferiori a quelli contabili, mentre in America sono sostanzialmente allineati. Il rapporto della Banca d'Italia documenta che questo indicatore, cioè il cosiddetto price-book ratio è mediamente del 50 per cento in Europa e addirittura del 20 in Germania. Il che rende un'impresa ai limiti dell'impossibile ricorrere al mercato per aumenti di capitale.

Finora ci si era illusi che il problema fondamentale delle banche europee fosse quello della qualità del credito che richiedeva accantonamenti sempre più alti in proporzione ai profitti lordi, ma in realtà il problema non stava solo nell'altezza del rapporto ma anche nell'esiguità del denominatore, che a sua volta è limitato da costi operativi troppo elevati.
Lo hanno detto recentemente i due massimi regolatori europei, Mario Draghi e Andrea Enria. Il primo ha invitato le banche a severe azioni di razionalizzazione e concentrazione. Il secondo ha ammonito che il processo di riequilibrio dei bilanci delle banche europee è durato fin troppo a lungo, ma non è affatto concluso. Entrambi cioè affermano che non abbiamo assistito finora a quelle forti discontinuità che ci aspettiamo da un settore produttivo colpito da un doppio cambiamento epocale: l'esplosione della bolla creditizia più grave degli ultimi decenni e innovazioni tecnologiche che mutano profondamente il modo di utilizzo dei servizi finanziari.

L'analisi della Banca d'Italia smentisce quindi due luoghi comuni diffusi nel sistema bancario europeo. Il primo, caro agli italiani, secondo cui basta aspettare che si ritiri la marea delle sofferenze per ritornare a livelli di redditività normali e capaci di alimentare un modello di business sostenibile. Il secondo, caro ai tedeschi, che i bassi profitti siano colpa della caduta del margine di interesse, affossato dalle odiate politiche ultra-accomodanti di Mario Draghi. La realtà è che anche quando la ripresa si sarà consolidata e i tassi torneranno a livelli normali, rimarrà sempre il problema di una massa di costi operativi che non è più adeguata agli scenari economici e tecnologici dei prossimi anni.
Ma non è solo colpa delle banche. Se si è scavato un solco con gli Stati Uniti, il motivo è che oltre oceano si è reagito con prontezza e larghezza di mezzi, promuovendo vasti processi di ristrutturazione attraverso fusioni e liquidazioni. L'Europa ha dovuto in fretta e furia varare l'Unione bancaria (inclusa la supervisione accentrata) che si era colpevolmente trascurata in precedenza. Poi ha lasciato i singoli paesi andare in ordine sparso negli interventi sui sistemi bancari, che si sono dimostrati largamente insufficienti (l'Irlanda nonostante la loro bad bank ha un tasso di sofferenze simile al nostro) e non sono stati in alcun modo legati alla ristrutturazione delle singole banche.

Al contrario di quanto avevano fatto i paesi nordici (il cui esempio è stato più volte invocato fin dai giorni caldi della crisi) che negli anni Novanta avevano saputo risollevare il loro sistema legando strettamente l'intervento pubblico a drastici piani di dismissione di attività, chiusura di sportelli e riduzione di personale, portando le loro banche ad essere modelli di efficienza e di attenzione ai clienti.
La “banca che venne dal freddo” avrebbe potuto (e potrebbe) essere un modello anche per l'Europa, ma il primo ingrediente fondamentale, cioè una chiara visione da parte della politica sui mutamenti da favorire e sugli strumenti da adottare è una pianta che non alligna a Bruxelles. L'effetto netto è che le analisi dei regolatori europei continuano a dare la buona notizia che i passi compiuti dalle singole banche vanno nella giusta direzione e la cattiva notizia che non sono ancora sufficienti. Draghi ha detto che «abbiamo bisogno di un sistema bancario forte per aiutare l'economia nella ripresa»: sarebbe ora che Commissione e Parlamento europeo dessero risposte all'altezza.

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