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Dossier E se fosse l’inizio della fine dell’Occidente?

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Dossier | N. 57 articoliMappamondo

E se fosse l’inizio della fine dell’Occidente?

“Se la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è stato un terremoto, allora il periodo di transizione che conduce al suo insediamento il 20 gennaio sembra un allarme tsunami”, dichiara l’ex ministro degli Esteri spagnolo, Ana Palacio. Ma i campanelli d’allarme sono risuonati forti anche al di là dell’Atlantico, dove i populisti in Italia e in Austria mettono nuovamente a dura prova la stabilità dell’Unione europea e la sua moneta unica.

 

La sconfitta del presidente del consiglio Matteo Renzi nel referendum da lui indetto per riformare la scricchiolante costituzione italiana era prevista, ma il margine di vittoria dell’opposizione è stato inaspettatamente ampio. Renzi ha rassegnato le proprie dimissioni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ora si prevede la formazione di un governo di scopo. Così facendo il populista Movimento 5 Stelle – che ha guidato la campagna referendaria del “No” alla riforma – dovrebbe attendere fino a febbraio 2018 per tentare di sfruttare la propria popolarità in crescita nelle elezioni generali. E il tempo potrebbe rivelare la disfatta dei populisti: la vittoria di Alexander Van der Bellen sul candidato di estrema destra, Norbert Hofer, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali austriache (nello stesso giorno della sconfitta di Renzi) suggerisce che una maggiore familiarità con i populisti potrebbe ridurne l’appeal.

 

L’attrattiva di Trump gli sta già stretta, almeno tra i repubblicani al Congresso più ortodossi, che stanno apertamente mettendo in dubbio le sue minacce di imporre pesanti tasse sulle aziende che trasferiscono posti di lavoro oltreoceano, o la sua promessa di imporre dazi sulle importazioni cinesi. E le speranze che le esigenze di ufficio e i decantati “checks and balances” previsti dalla costituzione americana si rivelino essere delle disillusioni stanno arrivando al limite. Rifiutando di collocare i suoi massici beni in un blind trust, Trump potrebbe entrare in conflitto con la clausola degli emolumenti prevista dalla Costituzione americana. Ha deliberatamente compromesso politiche e protocolli bipartisan vigenti da decenni. Insiste nell’utilizzare i social media per fuorviare e incitare. E, cosa più importante, la sua squadra conta alcuni dei personaggi estremisti – sicurezza nazionale, social welfare, istruzione, ambiente e tanto altro – che abbiamo mai ricoperto un incarico in un’amministrazione americana.

 

Per i commentatori di Project Syndicate, però, la transizione di Trump non dovrebbe essere vista solamente in termini di implicazioni domestiche. Fungendo da catalizzatore e amplificatore di populismo in tutto il mondo (anche esprimendo il proprio sostegno al presidente populista delle Filippine Rodrigo Duterte e agli omicidi extragiudiziali), la vittoria di Trump inizia ad attraversare un periodo di incertezza tale cui l’Occidente non ha mai assistito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma dove allora c’era speranza, oggi c’è paura. L’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer non è il solo a temere il peggio: “la fine di ciò è stato sinora denominato l’‘Occidente’ sta diventando quasi certa”.

 

Risollevarsi dopo Renzi

 

L’ultima minaccia all’Occidente nasce in Italia dove, ancora una volta, un referendum sconsiderato ha indebolito l’Ue. La determinazione di Renzi di guadagnarsi un plebiscito sulle riforme costituzionali, sulla scia delle odierne rivolte populiste, è stata forse una scommessa politica ancora più dubbiosa della richiesta di David Cameron di indire un referendum sulla Brexit nel Regno Unito. Il fallimento di Renzi e la sua imminente dipartita dalla leadership dell’Italia, hanno privato l’Ue di uno dei pochi leader visionari rimasti e l’Italia di uno dei pochi politici nazionali in grado di offrire un vero programma di riforme per far uscire il paese dal pantano economico. Come fa notare Philippe Legrain, ex consigliere economico del presidente della Commissione europea: “Renzi è stato la migliore – e forse l’ultima – speranza dell’establishment filoeuropeo di offrire riforme pro-crescita necessarie per garantire all’Italia un futuro a lungo termine nell’Eurozona”.

 

Legrain probabilmente ha ragione nel dire che “cercare di cavarsela alla meno peggio con un debole governo tecnico equivale ad aspettarsi che si verifichi un incidente”. Ma l’alternativa potrebbe essere peggiore. Se il Movimento 5 Stelle, in testa nei sondaggi d’opinione, andrà al potere, il suo governo indirà un altro plebiscito – questa volta per portare l’Italia fuori dall’euro. A quel punto, Philipp Ther dell’Università di Vienna dubita che l’Italia possa ancora avere la moneta unica quando scadrà la legislatura del governo provvisorio, nel febbraio del 2018. “Se Renzi si dimette, l’Italia potrebbe diventare quasi ingovernabile, fatto che spaventerà i mercati finanziari”, sostiene Ther. “E di conseguenza per l’Italia sarà difficile restare nell’Eurozona, considerati i già elevati tassi di interesse sul debito pubblico, che è al 132% del suo Pil”.

 

“Il problema immediato”, fa notare Legrain, “sono le banche zombie dell’Italia, che sono capitalizzate in modo inadeguato, insufficientemente redditizie e con un’alta concentrazione di prestiti in sofferenza”. La ricapitalizzazione, osserva, “si stava già rivelando difficile prima del referendum, e ora potrebbe essere impossibile con la crescente incertezza politica”. Di conseguenza, prevenire una crisi bancaria italiana – che secondo Legrain potrebbe insorgere, dato che “molte banche dell’Eurozona restano deboli” – dipenderà probabilmente dalla volontà dell’Ue di consentire aiuti pubblici e di aiutare l’Italia ad avere accesso ai fondi per fornirli.

 

Ma il crescente costo legato al servizio del debito italiano stava già facendo suonare i campanelli d’allarme prima del referendum. “Sebbene gli anestetici monetari somministrati dalla Bce abbiano ridotto le tensioni di mercato”, osserva Jean Pisani-Ferry di France Stratégie, “gli spread tra i bund decennali italiani e tedeschi hanno toccato i 200 punti base” a fine novembre, “un livello mai visto dal 2014.”

 

E Carmen Reinhart di Harvard asserisce che a causa della fuga di capitali, l’indebitamento dell’Italia è pericolosamente elevato, come dimostra il saldo sul sistema di regolamento Target2 per l’euro: “Se un paese esaurisce le riserve, la sua banca centrale automaticamente si indebita per mantenere l’ancoraggio intraeuro”. “Il deficit dell’Italia Target2 è al di sopra del 20% del Pil – il peggiore risultato sinora”. Di fatto, potrebbero essere classificati come “perdite di riserve a livello di crisi”.

 

Per Hans-Werner Sinn, questo offre la prospettiva di una vera e propria crisi dell’euro. Osserva che “il debito Target dei paesi del Sud Europa – Grecia, Italia, Portogallo e Spagna (GIPS) – ammontava a 816,5 miliardi di euro” alla fine di settembre. “Se si verifica una crisi e questi paesi abbandonano l’euro, le loro banche centrali andranno certamente in bancarotta perché gran parte del debito è denominato in euro, mentre le richieste nei confronti dei rispettivi stati e delle banche saranno convertite nella nuova moneta che si svaluta”.

 

È per questo motivo che secondo Pisani-Ferry i governi dovrebbero iniziare a discutere in che modo gestire l’euro ora, dopo aver lasciato per quattro anni la questione nelle mani della Bce. Diversamente da Sinn, però, sostiene che “affrontare i problemi ereditati” non sia il punto ideale per iniziare. E “distribuire un peso tra creditori e debitori è inevitabilmente acrimonioso, perché si tratta puramente di un gioco a somma zero”. Quindi “l’opzione apparentemente realistica di partire dai problemi immediati prima di affrontare le questioni a lungo termine è solo superficialmente allettante”. “Le discussioni dovrebbero iniziare dalle caratteristiche del regime permanente da fissare nel lungo periodo”.

 

Ma se l’Ue desidera mantenere l’Italia nell’Eurozona, risolvere il problema banche è il punto ovvio da cui partire. In questo modo la sconfitta di Renzi potrebbe servire da incentivo per spronare i leader Ue all’azione?

 

Trump in soccorso?

Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies, pensa che stia per arrivare un cavaliere bianco. “Se il crollo dell’Eurozona deve essere evitato, l’Italia – e di fatto, l’intera area valutaria – necessita urgentemente di un incentivo economico”, dichiara e “Trump potrebbe essere proprio la persona giusta”. Considerati i “piani di Trump di sovvenzionare gli investimenti per le infrastrutture e incrementare la spesa militare” secondo Gros, “sembra probabile che gli Usa debbano far fronte a deficit fiscali in rapida crescita e a un ingente aumento della domanda nel breve termine”. E con “l’economia Usa che funziona già a piena capacità”, aggiunge, “un incremento delle importazioni – e un dollaro Usa più forte – saranno necessari per soddisfare quella domanda”.

 

Inoltre, con il dollaro già significativamente in rialzo dalla vittoria di Trump, “sono i paesi periferici a trarne con buona probabilità i maggiori benefici”, continua Gros, facendo notare che “l’impatto di una svalutazione dell’euro è tre volte maggiore in Italia che in Germania, perché la domanda per le esportazioni della Germania di beni capitali specializzati non è molto elastica ai prezzi”. Pertanto, “una rapida crescita alimentata dalla domanda negli Usa, insieme a un dollaro più forte, potrebbe contribuire al ribilanciamento tanto necessario dell’Eurozona”.

 

Anche in America i mercati finanziari sembrano convinti che il programma di Trump sia destinato a fornire una crescita più solida. “Con una imminente amministrazione repubblicana decisa a rilanciare un’economia già quasi in piena occupazione, e con le promesse restrizioni commerciali che spingono al rialzo il prezzo dei beni che risentono della concorrenza delle importazioni, e con l’indipendenza della banca centrale potenzialmente sotto attacco, un aumento dell’inflazione – forse superiore al 3% a volte – è una quasi-certezza”, dichiara Kenneth Rogoff di Harvard. “E anche la crescita produttiva potrebbe sorprendere, sfiorando addirittura il 4%, almeno temporaneamente”.

 

Non bisogna farsi piacere Trump per credere che possa rinvigorire l’economia, secondo Rogoff, soprattutto “se si crede, come credo io, che la lenta crescita degli ultimi otto anni sia stata principalmente riconducibile al gravoso debito e al timore legato alla crisi del 2008”. E “a rischio di sembrare un’iperbole”, continua, “in molti modi, la Germania ha avuto lo stesso successo dell’America nell’utilizzare lo stimolo per tirare fuori l’economia dalla Grande Depressione”.

 

Di fatto, per alcune misure, la Germania ha persino fatto meglio, come ci tenne prontamente a precisare Joseph Goebbels nella diatriba scoppiata nel gennaio del 1939 contro le critiche americane al regime nazista a seguito della Kristallnacht, l’ondata di violenti pogrom antisemiti avvenuti nel novembre precedente. “È sufficiente osservare che sebbene la Germania sia il paese più povero nel mondo in termini di riserve di valuta estera e materie prime, non solo ha abolito la disoccupazione, ha anche una carenza di lavoro”, dichiarava Goebbels. “Il Nord America, nel frattempo, conta tra gli undici e i dodici milioni di disoccupati, anche se è ricco di riserve di valuta estera e materie prime”.

 

Ovviamente, diversamente da Hitler, Trump non può essere certo di far passare il proprio piano. È già stato attaccato persino dagli alleati come Sarah Palin, che ha condannato come “capitalismo clientelare” l’accordo che ha recentemente raggiunto con l’azienda produttrice di impianti di aria condizionata Carrier per convincerla a non spostare 800 posti di lavoro in Messico. E i repubblicani al Congresso si erano furiosamente opposti ai piani per la spesa sulle infrastrutture quando erano stati presentati dal presidente Barack Obama.

 

Ma Anatole Kaletsky di Gavekal Dragonomics crede che la maggior parte dei repubblicani alla fine non ce la faranno di fronte al proprio portabandiera populista. “L’avversione repubblicana alla spesa pubblica e al debito si applica solo quando un democratico come Obama occupa la Casa Bianca”, fa notare. “Con un presidente repubblicano, il partito è stato sempre lieto di incentivare la spesa pubblica e allentare i limiti sul debito, come è accaduto sotto la presidenza di Ronald Reagan e George W. Bush”. Considerata la storia, Kaletsky confida che “Trump sia in grado di implementare lo stimolo fiscale Keynesiano che Obama ha proposto più volte ma non è riuscito a garantire”.

 

Mohamed A. El-Erian, capo consigliere economico di Allianz, concorda e vede molte opportunità in cui Trump potrà rubare i vestiti dei democratici. “La buona notizia è che l’imminente amministrazione può contare sulle misure che sono state formulate durante il mandato di Obama, ma che non avevano suscitato molto interesse a causa della politica del Congresso fortemente polarizzata e disfunzionale che ha caratterizzato gran parte degli otto anni di mandato di Obama”. E poiché queste “misure affrontano imperativi quali gli investimenti nelle infrastrutture, la riforma fiscale e la creazione di posti di lavoro”, secondo El-Erian, “Trump è nella posizione non solo di aiutare un rilancio della crescita negli Usa, ma anche di renderla più inclusiva”.

 

Il contro dell’occupazione

Se Trump intende rispondere alle esigenze dei disoccupati della Rust Belt e dei tanti i cui redditi sono stagnanti dal crash del 2008 – e precisamente degli elettori che lo hanno sostenuto nelle elezioni o, ancora più importante, di coloro che non hanno votato per Hillary Clinton – dovrà fare più che dare una spinta a un’economia già in crescita. Dovrà garantire che raccoglieranno i benefici della crescita. “La vittoria di Trump chiaramente sembra derivare da un senso di impotenza economica, o dalla paura di perdere potere, tra i suoi sostenitori”, sostiene l’economista e premio Nobel Robert J. Shiller. “Per loro, il semplice slogan ‘Make America great again’ suona come ‘Make YOU great again’: il potere economico sarà dato alle moltitudini, senza togliere niente a coloro che già hanno”.

 

Riflettendo sul perché i sostenitori della democrazia liberale abbiano sottostimato l’ondata di sentimento populista nel 2016, Kemal Derviş, vice presidente del Brookings Institution ed ex amministratore del Programma Onu per lo sviluppo, asserisce che una vera ridistribuzione sia la chiave di tutto. “Coloro che hanno votato per la Brexit o per Trump non solo non sono riusciti a capire i veri vantaggi della globalizzazione; non hanno le competenze o le opportunità per assicurarsi una fetta della torta”. Per Derviş, la chiave è fare a meno dell’illusione liberal-democratica per cui tutte le soluzioni siano vantaggiose per tutti”. Anzi, “affinché le economie garantiscano un vantaggio di crescita inclusiva, i superricchi dovrebbero sottoporsi a una forma di regolamentazione e tassazione, comprese le norme internazionali, che costino loro una fetta sostanziale di ricchezza nel lungo periodo”.

 

Ma quanto è probabile che Trump, affarista orgoglioso di non pagare le tasse, abbracci misure che, nelle parole di Derviş, “risarciscono i perdenti con la tassazione, i sussidi e il sostegno all’occupazione?” In pochi descriverebbero le nomine della sua squadra come campioni dei poveri e dei diseredati. Steven Mnuchin, proposto come Segretario del Tesoro, è il secondo rampollo della Goldman Sachs a unirsi alla squadra Trump, dopo Stephen Bannon, stratega e consigliere capo della Casa Bianca, meglio conosciuto per aver fornito alla voce “alt-right” dei bianchi nazionalisti una piattaforma di informazione a Breitbart News, il sito estremista di cui si occupava prima di entrare a far parte della campagna Trump.

 

Mnuchin è meglio conosciuto per l’acquisizione della banca specializzata in prestiti OneWest, prima denominata IndyMac, all’indomani della crisi finanziaria. OneWest divenne famosa per i pignoramenti forzati ai clienti della classe media che acquistavano casa, esattamente quelle stesse persone che hanno votato per Trump. La nomina di Mnuchin potrebbe causare dei guai a Trump durante la sua udienza di conferma al Senato.

 

Eppure Mnuchin, come altri repubblicani, sembra fare un passo indietro rispetto ad alcune proposte avanzate da Trump durante la campagna, che secondo il Tax Policy Center, avrebbero ridistribuito oltre 100.000 dollari l’anno, in media, all’1% dei superricchi. “Qualsiasi riduzione che avremo sulle imposte dei redditi più alti sarà controbilanciata da una diminuzione delle trattenute, così che non ci sarà nessuno sgravio fiscale per la upper class”, dichiara Mnuchin. Mentre però promette sgravi fiscali ai lavoratori con redditi medi, ciò che si aspettano questi elettori sono migliori posti di lavoro, e non meno tasse.

 

Allo stesso modo, Martin Feldstein di Harvard pensa che i repubblicani al Congresso possano realmente costringere Trump a finanziare tutti gli sgravi sull’imposta sul reddito personale limitando le trattenute, e non solo per i ricchi. Inoltre, avverte di non puntare troppo sul presunto “fiscal boost”, ossia sulla dilatazione delle entrate fiscali proposta da Trump. La campagna di Trump “non proponeva che il governo federale effettuasse investimenti per le infrastrutture”, osserva Feldstein, e “non chiedeva uno stimolo fiscale Keynesiano basato sulla spesa del deficit”, anzi “la campagna auspicava un ‘sistema con un impatto neutrale sul deficit sotto-forma di crediti d’imposta per le infrastrutture’ per fornire incentivi alle aziende private affinché intraprendessero progetti per costruire strade, ponti, tunnel, aeroporti e così via”.

 

Se Feldstein ha ragione, allora i sostenitori di Trump e i mercati saranno davvero delusi. Ma se si sbagliasse, perché gli Usa sono già vicini alla piena occupazione, i provvedimenti di rilancio dell’economia “implicherebbero un’accelerazione dell’inflazione, un aumento dei tassi di interesse o probabilmente una combinazione delle due”, afferma Kaletsky, che a sua volta potrebbe portare a un’ulteriore impennata del dollaro. “Anche se il dollaro è già sopravvalutato”, avverte, “potrebbe muoversi in una spirale al rialzo di auto-rafforzamento, come è accaduto all’inizio degli anni 80 e alla fine degli anni 90”.

 

Il mondo di Trump

Trump, ovviamente, incolpa i cinesi di aver eroso la manifattura americana, mantenendo debole il renminbi. Ma se il suo piano dovesse tradursi in un forte rialzo del dollaro, una rinnovata ondata di importazioni potrebbe indurlo a fare maggiori pressioni sul suo programma protezionistico.

 

Alcuni osservatori – ed evidentemente anche i mercati – hanno considerato il quasi silenzio di Trump sulle questioni commerciali nelle settimane successive all’elezione come un positivo segnale a lungo termine. Nelle parole di El-Erian, stava facendo un passo indietro rispetto alle “promesse di protezionismo fatte in campagna, come l’imposizione di dazi punitivi su Cina e Messico, lo smantellamento del North American Free Trade Agreement (NAFTA) e la rescissione dell’accordo commerciale bilaterale dell’America con la Corea del Sud”. E sebbene Trump “abbia più volte promesso di ritirarsi dalla Trans-Pacific Partnership, quel patto non era ancora stato ratificato, in ogni caso”. Questo “riorientamento” secondo El-Erian, “ha convinto i mercati che Trump possa aver deciso di non dar seguito alle misure che più danneggerebbero la crescita da lui suggerite durante la campagna”.

 

Di fatto, nelle settimane successive all’elezione, anche i leader della Cina sembravano rilassati rispetto all’esito, malgrado la promessa fatta in campagna da Trump di imporre un dazio del 45% sulle importazioni cinesi. La ragione, secondo Keyu Jin di LSE, è semplicemente che l’America dipende troppo dalla Cina. “Se le importazioni cinesi venissero bloccate, i prezzi salirebbero, compromettendo i consumi, impedendo la crescita economica e inasprendo la disuguaglianza”. Inoltre, il tentativo non frenerebbe l’erosione indotta dal commercio dell’occupazione Usa nel manifatturiero, perché “i posti di lavoro si sposterebbero semplicemente verso il Vietnam o il Bangladesh, dove il costo della manodopera è ancora più basso di quello cinese oggi”.

 

E il ruolo della Cina è altrettanto importante nel finanziare i deficit dell’America. “La Cina è uno dei maggiori acquirenti di titoli del Tesoro Usa e continua a finanziare i consumi e gli investimenti americani”, fa notare Jin. Di fatto, “la Cina potrebbe persino contribuire a finanziare le grandi opere promesse da Trump, così riducendo la pressione sul budget Usa”.

 

Ma la recente telefonata di Trump al presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, la prima conversazione tra un presidente taiwanese e un leader americano dal 1979, e i successivi attacchi anti-Cina sui social media, hanno scosso questo compiacimento. Di fronte alle critiche dei leader cinesi per aver ricevuto la telefonata  da Taipei, Trump ha risposto con la puerile ostentazione che ha caratterizzato la sua campagna. “Forse la Cina ci ha chiesto se fosse OK svalutare la loro moneta (rendendo difficile la concorrenza con le nostre aziende), tassare pesantemente i nostri prodotti che entrano nel loro paese (gli Usa non tassano i loro) o costruire un massiccio apparato militare nel cuore del Mare cinese meridionale?” ha risposto a tono via Facebook. “Penso proprio di no!”

 

Mentre però i fan di Trump vanno in estasi per la sua belligerante retorica (il suo post su Facebook ha ricevuto like, è stato condiviso o commentato oltre 200.000 volte), l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis crede che il duro approccio di Trump nei confronti della Cina possa mettere a rischio l’intero programma. “Il boom creditizio della Cina è sostenuto da collaterali in sofferenza come accadde per Bear Stearns, Lehman Brothers e tutti gli altri nel 2007”, osserva Varoufakis. Se Trump “gioca duro con la Cina, spingendo i cinesi a rivalutare il renminbi e minacciando dazi e cose simili, potrebbe ritrovarsi a bucare la bolla del debito privato cinese – innescando una valanga di conseguenze nefaste che sommergerebbero qualsiasi stimolo da lui introdotto a livello domestico”.

 

Questi rischi sottolineano un altro punto importante. Come osserva Javier Solana, ex Alto Rappresentante Ue, “il mondo è oltre il punto dei confini chiusi e delle soluzioni unilaterali”. Non si possono riportare indietro le lancette dell’orologio: “Ci siamo già globalizzati, ora abbiamo bisogno di regole globali per sostenere la stabilità economica e finanziaria, nonché la pace e la sicurezza”.

 

L’economia murata

Ma la globalizzazione è davvero irreversibile? Il premio Nobel Michael Spence pensa che l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti dei negoziati commerciali rifletterà la retorica dell’“America first” su cui si è basata la campagna del presidente-eletto. “Se da un lato Trump potrà perseguire accordi bilaterali mutualmente vantaggiosi”, sostiene, “dall’altro c’è da aspettarsi che saranno subordinati alle priorità domestiche, soprattutto agli obiettivi di ripartizione, e sostenuti solo nella misura in cui siano in linea con queste priorità”.

 

Dal punto di vista di Spence, dal voto sulla Brexit i segnali erano chiari. “Raggiungere una forte crescita inclusiva a livello nazionale per rilanciare la classe media in declino, far ripartire i redditi stagnanti e ridurre l’elevata disoccupazione giovanile ora sono la precedenza”. Di conseguenza, “gli accordi internazionali che regolano i flussi di beni, capitale, tecnologia e persone” saranno visti come “appropriati solo quando rafforzeranno – o almeno non comprometteranno – i passi avanti fatti per soddisfare questa massima priorità”.

 

E alcuni non rimpiangono l’allontanamento dagli accordi commerciali. Dani Rodrik di Harvard fa notare che nei sette decenni dalla Seconda Guerra Mondiale, “sono stati siglati oltre 500 accordi commerciali regionali e bilaterali – di cui la stragrande maggioranza da quando la World Trade Organization ha sostituito il General Agreement on Tariffs and Trade nel 1995”. Ma nessun dovrebbe rammaricarsi del fatto che “le rivolte populiste del 2016 metteranno certamente fine a questa intensa e febbrile attività di contrattazione” – nessuno, eccetto le potenti lobby economiche che hanno favorito questi accordi (soprattutto quelli stipulati negli ultimi 20 anni).

 

“Le politiche sul commercio guidate dalle lobby politiche domestiche e da interessi speciali”, continua Rodrik, “sono politiche del tipo beggar-thyself” che “riflettono le asimmetrie di potere e i fallimenti politici all’interno delle società”. Gli accordi commerciali internazionali possono contribuire solo in modo limitato a risolvere questo genere di fallimenti politici domestici” che “richiedono una migliore governance domestica invece di regole internazionali”.

 

Il grande capovolgimento

Non sono solo le politiche americane sulla Cina e sul commercio che Trump intende capovolgere. È sempre più chiaro che nessun impegno dell’America, a prescindere da quando sia stato assunto, possa essere considerato per quello che è. Che la questione riguardi le garanzie sulla sicurezza per la Nato dell’America e gli alleati asiatici, una possibile intesa con la revanscista Russia di Vladimir Putin o il rifiuto dell’accordo di Parigi sul clima, Trump sembra mettere tutto sul tavolo. “L’impegno globale dell’America, in tutte le sue forme, potrebbe soffrire in modo sostanziale, mettendo seriamente in pericolo l’ordine internazionale liberale”, afferma Palacio, che teme che le sfere geopolitiche di influenza possano sostituire gli accordi globali multilaterali emersi sulla scia della Seconda Guerra Mondiale. “Come ormai sappiamo troppo bene”, avverte, “le sfere di influenze possono dare l’apparenza di stabilità, ma generano conflitti di potere”.

 

In modo analogo, secondo Fischer è improbabile che Trump, una volta insediatosi, si discosti dall’approccio ad hoc che l’ha condotto al potere. “Non dobbiamo farci illusioni” sulle conseguenze, avverte Fischer. Senza “la leadership americana, l’Occidente non può sopravvivere”. Se gli Usa “resteranno il paese più potente del mondo con un ampio margine”, un’America “che si sposta verso il nazionalismo isolazionistico”, sostiene, “non garantirà più la sicurezza dei paesi occidentali né difenderà un ordine internazionale basato sul libero scambio e la globalizzazione”.

 

Una cosa, almeno, sembra certa: la misura in cui gli Usa volteranno le spalle agli impegni globali rifletterà gli imperativi economici e politici nazionali di Trump. Visti da tale prospettiva, i timori espressi da Fischer e Palacio sembrano ben giustificati.

 

Prendiamo, ad esempio, l’adesione degli Stati Uniti all’accordo di Parigi sul clima, che è ufficialmente entrato in vigore quattro giorni prima della vittoria di Trump. La posizione di Trump in merito è stata chiara sin dall’elezione. Meno di una settimana dopo, una fonte anonima sulla squadra di transizione di Trump ha dichiarato che “i consiglieri del presidente-eletto stanno considerando delle strade per bypassare” la procedura e uscire dall’accordo, che ha una validità di quattro anni.

 

Appena una settimana dopo, Trump, che durante la sua campagna aveva respinto il cambiamento climatico come una “beffa” dei cinesi intesa a minare la competitività Usa, prometteva di mantenere una “mente aperta” in merito. Eppure, malgrado un appello diretto a Trump da parte di 365 grandi società americane e investitori a non abbandonare l’accordo di Parigi, ha scelto un negazionista di alto profilo del cambiamento climatico con profondi legami nell’industria dei combustibili fossili per presiedere l’Agenzia americana per la tutela dell’ambiente, l’EPA.

 

La scelta di Trump non ha sorpreso Gros. “Durante la campagna”, osserva, “Trump ha promesso di garantire l’autosufficienza energetica – un tentativo che probabilmente implica nuovi sussidi a livello nazionale per il petrolio, il gas e possibilmente anche la produzione di carbone”. E se da un lato questo potrebbe essere positivo per l’economia dell’Europa nel breve termine, come dichiara Gros, dall’altro lato  “contribuirebbe a ridurre i prezzi del petrolio, che sarebbero “una manna per i paesi dell’Eurozona che importano energia” – un ritiro degli Usa dall’azione globale per combattere il cambiamento climatico avrebbe un impatto significativo sulla sostenibilità a lungo termine.

 

La questione più ampia è se l’approccio dell’“America first” di Trump manterrà la promessa di una crescita più rapida e più inclusiva, e in che modo il successo o il fallimento della sua amministrazione influenzeranno la governance nazionale e internazionale. Come sostiene persuasivamente Kaletsky, realizzare le promesse prospettive a breve termine del Trumpismo  – tramite deficit di bilancio nettamente ampi, deregolamentazione di vasta portata a livello industriale e finanziario e la fine dell’interventismo liberale all’estero – implicherà quasi certamente elevati costi a medio e lungo termine in termini di stabilità macroeconomica domestica  e globale.

 

A quel punto, o prima, se le politiche di Trump non riusciranno a rispondere agli obiettivi fissati, come suggeriscono gli scettici come Feldstein – è improbabile che Trump abbracci la “sperimentazione audace” che definì l’approccio di Franklin D. Roosevelt nella governance domestica e internazionale negli anni 30 e a seguire. La squadra di Trump – a partire da Bannon, consigliere capo, uno che si è autoproclamato “Leninista” e intende “distruggere lo Stato” – sembra definita per un percorso molto diverso.

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