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Sinistra a metà delle riforme

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Sinistra a metà delle riforme

Ansa
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All'avanzata di movimenti populisti in corso da tempo pressoché dovunque in Europa non si è sottratta l'Italia. Anzi, quella sfociata dalle urne, con il successo di Lega e M5S, ha dimensioni massicce.

Si tratta di dimensioni così massice e con una forza d’urto politica talmente pervasiva da non aver alcun paragone con quanto è avvenuto finora in altri Paesi europei: sebbene l’affermazione del populismo nostrano abbia più d’un punto di convergenza col populismo sovranista ed euroscettico che s’è andato via via affermando in nome di una “democrazia diretta”, dal basso o più partecipativa, comunque alternativa a quella rappresentativa, alle forme e istituzioni di governo tradizionali, in quanto considerate non più rispondenti e anzi estranee alle esigenze e agli interessi della collettività.

Sta di fatto che non si spiegherebbe l’eccezionale exploit del duplice genere di populismo impersonato in Italia dal movimento pentastellato e dalla Lega se non si tenessero in debito conto gli errori di valutazione e le contraddizioni in cui è caduta la sinistra, al governo da cinque anni, che hanno finito per accomunarla alla stessa sorte toccata a quella socialdemocratica e/o laburista, uscita con le ossa rotte da una serie di brucianti sconfitte subite in Francia, in Germania e in altri Paesi europei per via della sua incapacità di elaborare un nuovo progetto di società e una visione efficace e lungimirante del futuro.

A menomare il Pd è stata innanzitutto la sua lacerazione in due tronconi, in serrato duello fra loro, sulla scia di un vizio endemico della sinistra come il frazionismo. E ciò proprio in un momento quando avrebbe avuto bisogno di affrontare con unità d’intenti le conseguenze di una vasta ondata di malessere e di smarrimento diffusasi a causa di una prolungata recessione generata dalla Grande crisi del 2008, del progressivo impoverimento anche di vari strati del ceto medio, e di un ulteriore degrado di numerose periferie urbane.

In secondo luogo, pur avendo colto per tempo i sintomi delle radicali mutazioni di scenario e di prospettiva in corso su scala mondiale e su più versanti (da una più agguerrita competizione economica, all’incidenza delle nuove tecnologie digitali sui sistemi di produzione, all’avvento alla ribalta di un maxicapitalismo finanziario), il Partito democratico è rimasto a metà strada, per la riluttanza di una parte dei propri quadri, ad attuare sino in fondo le riforme strutturali necessarie quanto ineludibili sulle questioni cruciali del lavoro, del Welfare, dell’inclusione sociale e dei rapporti intergenerazionali. Per di più, anziché darsi una nuova e più dinamica organizzazione a livello territoriale, ha continuato a far conto soprattutto su una dirigenza locale ereditata dal passato e attestata a difesa di certe vecchie “rendite di posizione”.

D’altro canto, nonostante i primi tangibili segnali di ripresa economica e un’incipiente stabilizzazione del debito pubblico, ciò che hanno finito per far aggio, nel giudizio dell’elettorato, è stata la persistenza di una vasta disoccupazione e la presenza di un neo-proletariato giovanile soprattutto nel Mezzogiorno, dove è emersa perciò, a opera dei Cinquestelle, la richiesta di una nuova politica pubblica interventista e assistenziale, come quella del “reddito di cittadinanza”, diversa da certi provvedimenti “a pioggia” invalsi durante la Prima Repubblica.

Nel contempo, al Nord, è andata manifestandosi una forte insofferenza tanto nei confronti del carico fiscale su imprese e lavoratori che di un cumulo di pastoie burocratiche, di cui la Lega s’è resa interprete, anche se non da sola ma in termini più dirompenti. Inoltre la scarsa solidarietà mostrata di fatto dalla Ue, al di là di certe dichiarazioni di facciata, nei riguardi dell’Italia alle prese con l’emergenza immigratoria, ha concorso ad accrescere la sindrome d’inquietudine e insicurezza che serpeggiava fra tanta gente e risoltasi in pratica a vantaggio del Carroccio.

Hanno avuto perciò buon gioco sia la Lega (premiata dall’elettorato di centro-destra ma pure da una parte di quello di sinistra) nel ricompattare sotto la sua egida pressoché tutto il Nord e alcune ex roccaforti “rosse” dell’Italia centrale, sia i Cinquestelle nel “fare il pieno” di consensi al Sud e nelle isole.

Di qui la profonda spaccatura avvenuta nella geografia politica e sociale del nostro Paese, con risvolti per ora imprevedibili sul versante della governabilità ma con impegni invece pressanti a breve scadenza nei rapporti con l’Unione europea, data l’imminente elaborazione di un’adeguata Legge di stabilità attesa al varco da Bruxelles.

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