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L’euro può salvare la lira turca, Erdogan permettendo

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falchi & colombe

L’euro può salvare la lira turca, Erdogan permettendo

Quando una moneta affonda, come sta accadendo alla lira turca, una condizione necessaria per evitare il naufragio è ripristinare la credibilità della politica monetaria. Uno strumento efficace potrebbe essere l’ancoraggio all’euro, con vantaggi sia per la nazione turca che per la valuta europea. L’unica incognita sarebbe la compatibilità politica dell’ancoraggio con il dichiarato sovranismo di Erdogan.

Ma anche i sovranisti possono diventare pragmatici e lungimiranti.

Il tasso di cambio della lira turca continua a sprofondare; al di là delle oscillazioni quotidiane, la valuta ha perso dall’inizio dell’anno quasi la metà del suo valore. Il termometro valutario è solo il segnale sintetico di una generale situazione di disordine monetario e finanziario. I fatti macroeconomici rilevanti sono due. In primo luogo, la Turchia ha un eccesso di indebitamento privato in valuta estera, che appare non compatibile con la sua crescita economica, ancorché – per ora – robusta. In simili situazioni, una politica economica lungimirante deve puntare alla riduzione del debito, quindi occorre disciplina monetaria. Ma negli scorsi mesi – è il secondo fatto – il presidente Erdogan non poteva per ragioni elettorali e ideologiche permettersi una politica monetaria disciplinata. Per cui è iniziato un braccio di ferro tra il Presidente e la banca centrale. In questi frangenti – utillizzando una metafora cara a Paolo Baffi – in una catena di relazioni sociali e politiche in stato di tensione, l’anello debole diventa la moneta, cioè nel nostro caso l’indipendenza della banca centrale e la credibilità della politica monetaria.

Per vincere il suo braccio di ferro, Erdogan ha varato nei mesi scorsi una interessante esempio di politica monetaria sovranista/populistica. Ne ricordiamo i due principi cardine. Innanzitutto, le aspettative di inflazione sono direttamente correlate con i tassi di interesse nominali: per cui le politiche monetarie restrittive hanno effetti inflattivi, con effetti redistributivi che danneggiano il popolo. Va rilevato che le assonanze tra tale principio e le teorie monetarie cosiddette neofischeriane sono assolutamente casuali. In secondo luogo, la banca centrale – colpevole del fenomeno, insieme all’immancabile “overseas origin”, anche esso tipicamente sovranista/populista – deve essere messa sotto il controllo della politica. La politica di Erdogan di ridurre l’indipendenza della banca centrale ha avuto poi un secondo capitolo tra il 9 e l’11 luglio scorso. Due decreti governativi hanno assegnato al presidente – cioè ad Erdogan – il potere di nominare direttamente il governatore della banca centrale, ed allo stesso tempo la durata del mandato del governatore si è ridotta da cinque a quattro anni. La letteratura sulla indipendenza della banca centrale sulla interpretazione di tali provvedimenti è chiara: entrambe le riforme indeboliscono l’autonomia della politica monetaria dai volere dell’esecutivo. Minati i pilastri dell’indipendenza della banca centrale e della credibilità della politica monetaria, nessuno può meravigliarsi del crollo della lira.

Come ricostruire tali pilastri? In assenza della visione sovranista/populista, un governo non credibile lo può diventare se si lega le mani con un vincolo esterno. Il vincolo esterno potrebbe essere l’ “eurorizzazione” della lira turca, da attuare in due passaggi. Il governo assegnerebbe alla banca centrale un obiettivo di tasso di cambio rispetto all’euro, e le emissioni della “nuova lira” turca sarebbe esattamente uguali all’ammontare delle riserve ufficiali della Turchia. In questo primo passaggio – che in linea di principio può essere unilaterale – devono essere credibili sia il livello del tasso di cambio che l’ammontare delle riserve ufficiali. Perché ciò avvenga, il secondo passaggio è un accordo con l’Unione europea, che costituirebbe il quadro istituzionale per una operazione swap tra la banca centrale turca e la banca centrale europea, attivabile a tutela del target di cambio e/o dell’ammontare delle riserve ufficiali. Il prestito della Bce sarebbe condizionato dalle regole definitive nell’accordo con l’Unione; a tal fine si potrebbe partire – ma migliorandoli – dai prestiti concessi alla Grecia. L’obiettivo comune dovrebbe essere la creazione di un gioco a somma positiva tra l’Unione e la Turchia.

Certo l’eurorizzazione della lira turca presuppone una serie di scelte politiche, di cui le due principali sono da un lato la scelta dell’alleato politico da parte della Turchia, dall’altro l’abbandono della propaganda sovranista/populista. Per questa ragione sarebbe una autentica doccia fredda: il ritorno della disciplina monetaria implica costi reali nell’immediato, in cambio di un ritorno alla stabilità monetaria e finanziaria. Occorre dunque pazienza, prudenza e perseveranza, se vogliamo parafrasare una espressione cara a Mario Draghi. In una parola: lungimiranza, ma anche da parte dell’Unione Europea. L’alternativa alla lungimiranza è il sovranismo/populismo. In Turchia come nell’Unione.

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