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I dazi di Trump, il rialzo dei tassi e il rischio di un contagio cinese

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mercati globali

I dazi di Trump, il rialzo dei tassi e il rischio di un contagio cinese

Quando la Cina alla fine attraverserà un’inevitabile fase di “crescita recessiva” (incremento modesto del Pil con aumento della disoccupazione) - che quasi sicuramente, dato il massiccio indebitamento dell’economia, sarà amplificata da una crisi finanziaria - in che modo questo inciderà sul resto del mondo? Con la guerra commerciale mossa dal presidente americano Donald Trump ai danni della Cina proprio mentre la crescita registra già un rallentamento, questa domanda è tutto fuorché banale.

Le stime, come quelle formulate dal Fondo monetario internazionale nelle sue valutazioni sul rischio-Paese, suggeriscono che un rallentamento economico in Cina finirà per colpire tutti. Ma i danni peggiori, secondo l’Fmi, saranno in Asia rispetto a quanto previsto in caso di una profonda recessione negli Stati Uniti. Sfortunatamente, questo sembra essere un pio desiderio.

Prima di tutto, l’effetto sui mercati finanziari internazionali potrebbe essere ben superiore di quanto non suggeriscano le relazioni con il resto del mondo dai mercati dei capitali cinesi. Tuttavia, per quanto nervosi possano essere gli investitori globali sulle prospettive di crescita, una frenata cinese renderebbe le cose ben peggiori. Benché sia vero che gli Stati Uniti sono ancora di gran lunga i maggiori importatori di beni di consumo finali (un’ampia fetta di importazioni cinesi del manifatturiero riguarda i beni intermedi inglobati nelle esportazioni verso Usa ed Europa), le aziende straniere godono tuttora di ingenti utili sulle vendite in Cina.

Gli investitori oggi temono anche il rialzo dei tassi di interesse, che oltre a incidere su consumi e investimenti, riduce il valore di mercato delle società (soprattutto le aziende tecnologiche) le cui capitalizzazioni dipendono in larga parte sulla crescita futura dei profitti. Anche in questo caso una recessione cinese potrebbe peggiorare la situazione.

Apprezzo l’usuale pensiero keynesiano secondo cui il rallentamento di una qualsiasi economia causerebbe un abbassamento della domanda aggregata mondiale, provocando quindi una pressione al ribasso sui tassi di interesse globali. Il pensiero moderno è, però, più sfumato. Gli elevati tassi di risparmio asiatici degli ultimi vent’anni sono stati un fattore significativo nel basso livello generale dei tassi di interesse reale (depurati dell’inflazione) sia negli Stati Uniti che in Europa, grazie al fatto che i poco sofisticati mercati dei capitali asiatici semplicemente non riescono ad assorbire in modo costruttivo le eccedenze di risparmio.

L’ex presidente della Federal Reserve americana Ben Bernanke definì questo fenomeno, spesso oggetto di studio, come una componente chiave dell’eccesso di risparmio globale. Quindi, invece di portare a una riduzione dei tassi di interesse reali globali, i riverberi asiatici di un rallentamento cinese potrebbero paradossalmente spingere ovunque i tassi di interesse al rialzo - soprattutto se una seconda crisi finanziaria asiatica porterà a una netta contrazione delle riserve delle banche centrali. Quindi, per i mercati finanziari globali, una recessione potrebbe facilmente rivelarsi una doppia sventura.

Per quanto un rallentamento delle esportazioni verso la Cina si rivelerebbe negativo per molti Paesi, un significativo incremento dei tassi di interesse globali sarebbe decisamente peggiore. I leader dell’Eurozona, soprattutto la cancelliera tedesca Angela Merkel, ottengono meno credito di quanto meriterebbero per mantenere politicamente ed economicamente insieme la fragile moneta unica a dispetto del difficile contesto economico e politico. Ma il loro compito si sarebbe rivelato praticamente impossibile se non fosse stato per i tassi di interesse globali ultra-bassi che hanno consentito alle autorità dell’Eurozona politicamente paralizzate di evitare cancellazioni e ristrutturazioni del debito nei Paesi periferici.

Quando i Paesi avanzati attraversarono la crisi finanziaria dieci anni fa, i mercati emergenti si ripresero relativamente in fretta, grazie ai bassi livelli debitori e ai prezzi elevati delle commodity. Oggi, però, i livelli di debito sono cresciuti in modo significativo, e un netto aumento dei tassi di interesse globali non farebbe che estendere le odierne crisi in fermento oltre il manipolo di Paesi (Argentina, Turchia) che sono già stati colpiti.

E neanche gli Stati Uniti sono immuni. Per il momento gli Usa possono finanziare i propri disanvanzi da trilioni di dollari a un costo relativamente basso. Ma le brevi scadenze del suo indebitamento - sotto i quattro anni se si integrano i bilanci del Tesoro e della Federal Reserve - implica che un aumento dei tassi di interesse farebbe sì che le spese di servicing del debito finirebbero presto per assorbire le risorse destinate ad altri settori. Allo stesso tempo, anche la guerra commerciale di Trump rischia di compromettere il dinamismo dell’economia Usa. La sua natura in qualche modo arbitraria e politica la rende dannosa per la crescita americana almeno quanto lo erano le normative da Trump così orgogliosamente eliminate. Chi pensava che la posizione del presidente Usa sul commercio fosse perlopiù pura millanteria da campagna elettorale dovrebbe iniziare a preoccuparsi.

La buona notizia è che i negoziati commerciali spesso sembrano irrisolvibili fino all’ultima ora. Stati Uniti e Cina potrebbero raggiungere un accordo prima che entrino in vigore il 1° gennaio i dazi punitivi di Trump. Un accordo di questo tipo, si spera, rifletterebbe un atteggiamento più maturo da parte della Cina rispetto ai diritti di proprietà intellettuale - in modo analogo a quanto accaduto negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo (prima gli imprenditori americani si facevano pochi scrupoli a rubare le invenzioni brevettate dal Regno Unito).

Una recessione in Cina, amplificata da una crisi finanziaria, costituirebbe la terza fase del debt supercycle, ossia del ciclo di accumulazione dei debiti, iniziato negli Stati Uniti nel 2008 e spostatosi in Europa nel 2010. Finora le autorità di Pechino hanno fatto un lavoro lodevole nel posticipare l’inevitabile rallentamento. E solo quando scoppierà la crisi, il mondo scoprirà che l’economia cinese conta più di quanto si pensi.

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