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Questo articolo è stato pubblicato il 19 ottobre 2014 alle ore 08:14.

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A metà del libro c'è un paragone che non ti aspetti, che rompe con la ricostruzione rigorosamente cronologica che l'autore ha voluto dare. E forse è per questo che resta impresso, a tal punto che ti sarebbe piaciuto che questo lavoro avesse preso inizio proprio da lì. Da quel funerale. Dal funerale di uno dei maggiori scrittori e poeti americani morto come un cane, in completa solitudine. «Due anni prima, nella totale indigenza, non aveva avuto neanche un lenzuolo per avvolgere in un sudario il corpo senza vita dell'amata moglie Virginia. Il funerale non fu accompagnato da più di dieci persone e la tomba, nel cimitero Old Western Burying Ground di Baltimora, fu un blocco di arenaria senza nome». L'8 ottobre 1849 era una giornata fredda e umida e la cerimonia non durò che qualche minuto. Tre minuti esatti dicono i suoi biografi. Non uno di più. Quell'uomo si chiamava Edgar Allan Poe, e ci vollero ventisei anni prima che l'autore dello Scarabeo d'oro e delle Avventure di Gordon Pym ottenesse onorata sepoltura, degna del suo nome.
La vicenda è raccontata nel capitolo che s'intitola Politiche della memoria e può essere esemplare per il tema affrontato – il bisogno primario di non dimenticare e le strategie di comunicazione necessarie perché questo bisogno resti vivo e si diffonda. Anche se qui non si tratta della memoria di una singola vita ma di un fatto collettivo, della sua storia e del sistema di valori a essa connessi. Questo libro è la storia di un'associazione. Il suo acronimo è Aned e sta per Associazione nazionale ex deportati politici. Ed è la storia di una battaglia condotta dalle donne e dagli uomini che la costituirono. Di una battaglia per la memoria durata decenni e che ha inizio nell'agosto del 1945, all'indomani del ritorno in Italia dei primi sopravvissuti dai campi di concentramento e di sterminio nazisti. Ovvero delle circa 13mila persone – su un totale di oltre 23mila deportati – che tra l'agosto del 1945 e il marzo dell'anno seguente riuscirono a fare ritorno nelle proprie case, e di cui facevano parte all'incirca 800 ebrei dei quasi 7mila finiti nei Lager del Terzo Reich. È la prima parte la più bella del libro. E forse non poteva essere diversamente: perché sono i momenti della precarietà, in questo caso delle difficoltà del reinserimento in una vita "normale", quelli più coinvolgenti e più densi di interrogativi. E Maida lo fa attingendo a documenti di archivio e fonti inedite, con la sensibilità e quel giusto distacco che sono qualità ambedue necessarie a chi fa il mestiere dello storico.
Il sollievo e la felicità durarono poco. «I reduci dovettero confrontarsi immediatamente con una società che non era in grado o non era pronta per ascoltare». Tra le testimonianze, una in particolare colpisce per la scelta oculata delle parole e per la lucidità con cui viene messo a nudo il problema. Ed è quella di don Andrea Gaggero, deportato a Mauthausen: «Lo shock subìto era dovuto allo scontro tra l'incandescenza creata dalla deportazione e il mondo reale», quel mondo reale che si credeva più accogliente, più benevolente, ora che si era riacquistata la libertà. Ma questo scontro così violento non dette luogo a manifestazioni esteriori. Il silenzio fu il tratto dominante di quel ritorno: il silenzio di solitudine degli ebrei sopravvissuti, ma anche degli internati militari che sembravano incarnare la disfatta dell'8 settembre. E poi, sopra tutto e tutti, c'era il silenzio pesante dei giornali, delle procedure burocratiche e delle istituzioni, «persino delle carte geografiche sulle quali non comparivano i nomi dei luoghi di internamento». «Lo Stato fu assente nelle strutture di assistenza, nelle leggi (in quelle da abrogare e in quelle da approvare), nel riconoscimento materiale e morale di quelle esperienze». Un'esclusione e una marginalizzazione che si manifestavano con l'assenza, ad esempio, di un'assistenza sanitaria specifica. Ma che si esprimevano in modo più sottile e forse in modo ancora più doloroso nella vita di tutti i giorni, nel linguaggio quotidiano, con l'assenza di alcune parole – «parole soffocate», le chiama Maida –, parole che mai o raramente venivano pronunciate o scritte. Come quella di "deportato", che negli anni del primo dopoguerra non era neppure prevista nei moduli da compilare per la richiesta di una pensione d'invalidità, sostituita dalla voce "reduce", di chiara derivazione militare, che inglobava tutti, cancellando così specificità, identità ed esperienze molto diverse. Si capisce dunque come la nascita di luoghi d'incontro, di piccole comunità, diventasse una sorta di camera di compensazione che consentì a molti di riappropriarsi della propria esistenza e di reinserirsi con minor fatica nel mondo reale. Inizia così la storia dell'Aned. Prima a Torino, poi a Milano, a Roma, Genova, Padova, Firenze, Vicenza, Udine, Treviso, Bolzano, Trento, Venezia. Nel 1948 si contavano 600-700 soci. «Erano gruppi aurorali, gruppi limitati di persone che si incontravano e cercavano di dare vita a una testimonianza fisica e a una presenza solidaristica e assistenziale, la cui mancanza avrebbe lasciato gli ex deportati in un completo isolamento». Anche se fin da subito l'obiettivo prioritario fu quello di "uscire" all'esterno e far conoscere a più persone possibile la loro esperienza vissuta, in modo che la deportazione ottenesse un riconoscimento pubblico e il sacrificio di tante vite si trasformasse in valore collettivo a fondamento della ritrovata democrazia. Così, tra il 1947 e il 1948, la sezione di Cuneo decideva di allestire una prima esposizione di cimeli del Lager. A Torino, riallacciandosi al valore simbolico rappresentato dal milite ignoto, si organizzò «il funerale del deportato ignoto». Nel 1955, a Fossoli, in ricordo del campo da dove migliaia di uomini e donne vennero rinchiusi per poi essere trasferiti nei Lager nazisti, si tenne la prima mostra nazionale sulla deportazione, che poi diventò itinerante, toccando ben quaranta città italiane. Nell'ottobre del 1973 a Carpi venne inaugurato, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, il Museo Monumento al Deportato politico e razziale. L'attenzione verso la scuola fu uno dei tratti qualificanti della politica messa in atto dall'Associazione. A cominciare dall'esame dei libri di testo, con il compito di «denunciare all'opinione pubblica quelli che dicono il falso o ancora adesso subdolamente inneggiano al passato regime». Per poi proseguire, fin dalla metà degli anni Cinquanta (a Genova e in Piemonte), nel tentativo di "entrare" nella scuola e stabilire un primo contatto tra i sopravvissuti alla Shoah e gli studenti. Ottenendo, però, quasi sempre dei dinieghi da parte di presidi e provveditori, molti dei quali provenienti da un passato fascista o parafascista.

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