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Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2015 alle ore 08:18.

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«Dannazione, prima di essere un socialista io sono un bianco!». Scuro in volto, e battendo il solido pugno sul tavolo intorno a cui eravamo riuniti, Jack London aveva l’aria di avere fornito così l’ultimo argomento alla discussione che vedeva tutti noi coalizzati contro di lui. La scena si svolgeva nei locali della sezione socialista di Oakland, in California, verso l’autunno 1904.

Jack London era appena rientrato dal Giappone, dove il gruppo Hearst l’aveva inviato quale corrispondente di guerra sul fronte russo-giapponese. Giovane milionario californiano, Hearst era un imprenditore della carta stampata fra i più potenti degli Stati Uniti. Pubblicava quotidiani in tutte le grandi città e si atteggiava a «radicale», predicando un socialismo castrato all’uso della piccola borghesia americana. Pilastri del suo impero giornalistico erano milioni di lettori.

Non per caso Hearst aveva scelto London: i suoi recenti trionfi letterari facevano di lui il più popolare fra tutti gli scrittori americani. Lo avevano munito dei migliori accrediti possibili, di un armamentario tecnico ultramoderno (tenda da campo, macchina da scrivere portatile, letto pieghevole, ecc.), soprattutto di un assegno in bianco. E Jack London era partito con l’ardore del giovane giornalista cosciente di assolvere una missione storica. Era graniticamente convinto che il primo grande massacro imperialista sulle sponde del Pacifico gli avrebbe dato modo di disegnare, con tratti magistrali, lo scontro fra i due capitalismi in lotta per la supremazia in Manciuria.

Una volta raggiunto il campo giapponese, rapidamente aveva dovuto rassegnarsi all’evidenza per cui le cose non sarebbero andate così. Lo stato maggiore aveva diligentemente preso nota delle sue lettere di accredito, lo aveva cerimoniosamente accolto con il rituale di prammatica, ma anziché trasportarlo al fronte lo aveva tenuto – fin dall’inizio – quasi prigioniero: e ben lontano dai luoghi dove andava svolgendosi l’offensiva nipponica contro l’esercito zarista. Nel giro di poche settimane, London si era reso conto che malgrado le sue proteste (e malgrado le proteste di Hearst) la linea del fronte gli sarebbe rimasta totalmente preclusa, e che i militari giapponesi si stavano educatamente prendendo gioco di lui. Li aveva dunque mandati a quel paese, e se ne era ritornato a San Francisco più che mai inferocito con i Japs.

Alla riunione della sezione, ci raccontava le sue disavventure. Sembrava divertirsi nel descrivere l’astuzia di quelle «mezze porzioni», come le chiamava, e si lanciava in infuocate arringhe contro di loro. Né la sua rabbia investiva soltanto lo stato maggiore giapponese: se la prendeva, furiosamente, con la «razza» nel suo complesso. Lasciando sconcertati i compagni che lo ascoltavano. La lotta contro l’odio razziale – e specialmente contro l’«odio dei gialli» – era allora pane quotidiano nelle sezioni socialiste della costa del Pacifico. Così, si faticava ad accettare che uno dei membri più in vista della sezione di Oakland, com’era Jack London, potesse rivelarsi un campione di sciovinismo bianco. Credendo di avere capito male, un membro della sezione gli fece presente che le classi sociali esistevano in Giappone come altrove. Un altro compagno si azzardò a indicare lo striscione appeso al muro, sopra il ritratto di Marx: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Ma questo, anziché indurre London a più miti consigli, non faceva che alimentare la sua rabbia.

«I militaristi giapponesi hanno reso Jack uno sciovinista», esclamò bonariamente il segretario di sezione, quando Jack se ne fu andato. Tuttavia né lui né altri si sarebbero mai sognati di chiedere una sanzione contro Jack. Ci voleva ben altro, per essere radiati dal partito! E più che mai nel caso di Jack, il fiore all’occhiello della sezione. Perché Jack London contava molto di più degli altri nostri «ospiti» occasionali, tipo Sun Yat-sen o Kotoko Shusui. E ciò malgrado il fatto che la sua attività fosse sostanzialmente nulla. Assorbito dal lavoro letterario, e incline per carattere al raccoglimento e all’isolamento, era raro che andasse al popolo come facevano le due dozzine scarse di membri militanti della sezione. Tutti in preda, chi più chi meno, alla sacrosanta passione del proselitismo.

Per agitare le masse, quasi ogni sera – meteo permettendo – la sezione al completo si trasferiva su una pubblica piazza. Ci si portava dietro uno scatolone vuoto che serviva da palco, e qualche opuscolo marxista che veniva smerciato durante i discorsi dei propagandisti. Il loro prezzo modico (5 o 10 cents) faceva sì che se ne vendessero parecchi. Raramente i proletari americani rifiutavano di contribuire con qualche centesimo alla causa socialista, anche se poi non necessariamente leggevano la nostra letteratura. Quanto ad arruolarsi nel partito, era tutt’altro paio di maniche... Per la maggior parte, il nostro pubblico era composto di operai nomadi: sterratori, taglialegna, minatori. Gli operai stabili, quelli che abitavano a San Francisco o a Oakland, venivano semmai ai meeting della domenica, in sale chiuse. Mentre i nomadi erano sempre presi dalla febbre del viaggio e dell’«oro». Quando incappavano nelle nostre manifestazioni, si fermavano ad ascoltare, non senza simpatia per la nostra causa, che era anche la loro; ma restavano imprendibili per qualunque cosa riguardasse l’organizzazione. I sedentari, invece, ci sostenevano anche materialmente, oltreché con il voto alle elezioni.

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