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Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2015 alle ore 08:18.

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Per attirare il pubblico verso il palco improvvisato, un compagno di lungo corso saliva sullo scatolone, brandiva un giornale spiegazzato, gesticolava, indicava i titoloni in prima pagina: attirando così la curiosità dei passanti più sfaccendati. Una volta radunata la gente intorno all’oratore socialista, cominciava il meeting propriamente detto. La riunione all’aperto poteva durare anche ore, con i comizianti che si succedevano l’uno dopo l’altro e i giovani propagandisti che facevano esperienza di «lavoro pratico». A dire il vero, il loro bagaglio marxista era ultraleggero. Non c’era allora niente di simile a una scuola di partito, e di Marx e Engels – in traduzione inglese – esisteva poco o nulla. La sola opera dei grandi maestri che traducemmo tutti insieme, dietro volenterosa proposta di un veterano, fu il Manifesto comunista. Ma la guerra russo-giapponese ci offriva un campo intero di critica della società capitalistica: soprattutto, di un imperialismo americano allora allo stato nascente.

Sulla pubblica piazza dovevamo fare i conti, peraltro, con un concorrente temibile: con il grande mistificatore che nei paesi anglosassoni va sotto il nome di Esercito della Salvezza. Avevano una chiassosa orchestrina, loro, e grazie a musichette più o meno marziali riuscivano ad attirare in breve tempo un uditorio abbondante. A volte capitava che qualcuno degli uditori nostri – stufo di ascoltarci – ci mollasse per andare a sentire i «salutisti». I loro meeting cominciavano con il canto di qualche inno; dopodiché ognuno di loro si faceva avanti in mezzo al cerchio per recitare la sua professione di fede. Uomini e donne erano vestiti di un’uniforme blu scura con i bordini rossi, e portavano al braccio l’insegna del grado. Si poteva ascoltare il racconto meraviglioso del loro «salvataggio». Il vecchio ubriacone spiegava come, grazie a Gesù, si fosse salvato per sempre dalla bottiglia, la prostituta dal vizio, il ladro dal crimine, e tutti invitavano gli astanti a consacrarsi a Gesù, a seguire il cammino della redenzione. E mentre si glorificava l’operato del Signore, il capobanda sollecitava i presenti a donare l’obolo che un salutista col tamburello si affrettava a incassare.

Finché la propaganda socialista non otteneva che magri risultati, e finché gli affari dell’Esercito della Salvezza andavano meglio dei nostri, la polizia chiudeva un occhio. Ma appena iniziava un periodo di crisi economica, dunque il tasso di disoccupazione cresceva, e insomma – come nell’epoca cui mi riferisco – una certa quale effervescenza cominciava a avvertirsi nelle masse, allora iniziavano anche le persecuzioni poliziesche. I nostri raduni all’aperto venivano immancabilmente interrotti. Appena uno dei nostri oratori apriva bocca, e appena il cop di servizio gli sentiva pronunciare le parole «borghesia» e «socialismo» (le più ricorrenti nei nostri discorsi), sùbito l’oratore veniva strappato dal palco e accompagnato al furgone cellulare che attendeva la preda nelle adiacenze del meeting. Senonché fra noi vigeva l’ordine che quando un compagno veniva arrestato, un altro dovesse immediatamente salire sul palco e proseguire il comizio. Così gli arresti si susseguivano con straordinaria rapidità, e quando la Black Maria – il nome in gergo del furgone di polizia – conteneva ormai fino all’ultimo dei propagandisti, e la battaglia poteva considerarsi finita per mancanza di combattenti, procedevamo al galoppo verso la prigione. La polizia lasciava padrone del campo l’Esercito della Salvezza.

(Traduzione dal francese di Sergio Luzzatto)
1. (Continua)

© I DIRITTI DELLA TRADUZIONE SONO DI SERGIO LUZZATTO

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