«Mi ordini qualcosa di Don Byas? Sì, il sassofonista: crea grande atmosfera con le donne». A parlare è un signore che ha superato la settantina. Si rivolge con aria di familiarità all’uomo dietro al bancone: si potrebbe dire che lo conosce da una vita. Anche perché l’uomo dietro al bancone è conosciuto da una vita da tutti gli appassionati di musica di Milano: trattasi di Mario Buscemi, 66 anni, titolare di Buscemi Dischi, negozio indipendente che da 50 anni fa angolo tra via Terraggio e corso Magenta. Anche qui è tempo di Record Store Day. Solo che qui l’evento riporta alla mente i tempi in cui il Record Store Day era tutti i giorni.
Classici, occasioni e (qualche) novità
«Quello che vedi oggi non è niente rispetto a quello che, entrando nel nostro negozio, potevi vedere fino a qualche anno fa»,
ricorda Buscemi muovendo le mani, quasi a rappresentare all’interlocutore l’intera pianta dell’esercizio. L’ampio sottoscala
che restituisce bene il concetto di antro rock and roll, manifesti di eventi come «Milano Blues Sessions» o «Vinilmania» alle
pareti, vecchi classici come A Saucerful of Secrets dei Pink Floyd o l’omonimo di Paul Simon sparsi un po’ ovunque, accanto a qualche «nuova proposta», che si tratti del vinile
di Evergreen di Calcutta o Hype Aura dei Coma Cose. Tra le occasioni da 8 euro abbonda il country e magari trovi qualche chicca come un Melodies di Gene Parsons importato dagli Usa. «Il nostro - continua Buscemi - è sempre stato un negozio di rock, jazz, blues e pop.
Fino a qualche anno fa, al piano superiore, avevamo tanta classica. Poi è arrivata la grande crisi, ci siamo dovuti adeguare.
Siamo diventati più piccoli, ma per ora teniamo duro».
Il «club» del giovedì pomeriggio
Tengono duro pure i tanti amici del disco che al giovedì pomeriggio si riuniscono da Buscemi a discutere di pezzi introvabili
e nuove uscite. «La clientela - racconta l’imprenditore - oggi nella maggior parte dei casi è rappresentata da persone che
vanno dai 40 anni a salire. Un paradosso, perché la musica cui eravamo abituati noi era soprattutto fenomeno giovanile. Un
ragazzo che ti chiede un disco, coi tempi che corrono, è un’eccezione: le nuove generazioni neanche comprendono il valore
aggiunto del supporto fisico». Mentre il titolare parla, un cliente chiede una copia di Breakfast in America e Buscemi, per rispondere, non ha neanche bisogno di controllare l’inventario («C’è sempre in negozio una copia di quell’album.
Dal 1979 è così»). Un secondo cliente si fa stampare due biglietti per il concerto di James Senese e i Napoli Centrale al
Teatro dal Verme. Sono facce note, qua dentro, frequentatori più o meno assidui. «In alcuni casi gente di famiglia», commenta
l’imprenditore. «Gente che veniva qui quando l’industria della musica era una roba importante». Ed era «un gran bel mondo»,
si inserisce nel discorso l’uomo che ha comprato i biglietti di Senese.
Nell’anno di Woodstock
La storia di Buscemi Dischi comincia nel 1969. L’anno di Woodstock e Rivera Pallone d’Oro, Abbey Road e l’allunaggio, il Volume III di Fabrizio De André e la strage di piazza Fontana. «I miei genitori - racconta il titolare - avevano un negozio di elettrodomestici
che, prima ancora, era stato dei miei nonni. Il futuro, alla fine degli anni Sessanta, si chiamava alta fedeltà». Dischi e
impianti hi-fi entrarono di prepotenza nel negozio di famiglia. «Quando poi si trattò di raccogliere il testimone, io e mio
fratello decidemmo di diversificare: lui sui si specializzò sull’alta fedeltà, io sui dischi». Da allora Mario Buscemi ha
assistito da un punto di vista di osservatore privilegiato l’intera parabola della discografia. Gli anni d’oro dell’lp, l’avvento
del cd, poi il declino implacabile cominciato con la crisi di Napster, file-sharing e mp3.
Più che un business: una missione
Iniziative come il Record Store Day servono al settore? Il ritorno al vinile è un fenomeno reale o hype del momento? «È bene
che si parli del nostro mondo», risponde Buscemi. «Quindi iniziative come il Record Store Day sono sicuramente meritorie.
Quanto possa essere consistente la ripresa del vinile è difficile dire. Noi per ora resistiamo». Nell’epoca dello streaming
tenere aperto un negozio di dischi, più che un’attività commerciale, è una missione. E fino a che ci sarà qualcuno che per
conquistare una donna mette sul piatto un disco di Don Byas vale la pena portarla avanti.
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