
È iniziato da pochi giorni il mandato di Sadiq Khan, il nuovo sindaco della città, e la sua storia ha fatto il giro del mondo. Musulmano – in un’epoca in cui il terrore e i populismi si alimentano a vicenda -, figlio di una famiglia di immigrati pakistani, cresciuto con 7 fratelli in un quartiere lontano dal glamour e dalla ricchezza della City. Ha colpito tutti la storia di Khan, perché inevitabilmente l’abbiamo associata all’idea di una comunità in cui un cittadino potenzialmente destinato alla marginalizzazione possa crescere, e incidere.
Probabilmente ha anche colpito perché ci ha restituito in modo perfetto l’idea che in molti conserviamo dell’Europa dei prossimi anni, nonostante le divisioni, nonostante le forze centrifughe degli interessi di bottega.
Khan è diventato sindaco della capitale del Regno Unito e ha ricordato a tutti che apertura, diversità, integrazione, e democrazia possono creare ricchezza. Una ricchezza che si può misurare – si chiama progresso: scientifico, tecnologico, economico, sociale. L’assunto è semplice, ed è da anni al centro di suggestive ricerche macroeconomiche: i Paesi che sono riusciti a creare le condizioni migliori per partecipare agli scambi globali di capitali, di beni e servizi, di informazioni e di persone, sono gli stessi che sono in grado di trarre i maggiori benefici da tali scambi. Sono più esposti a contaminazioni tra idee, progetti di ricerca, iniziative imprenditoriali, buone pratiche, talenti. E in ultima istanza, questo non può che voler dire migliori anticorpi rispetto ai periodi di crisi e maggiore capacità di attivare meccanismi di crescita strutturali – cioè indipendenti dal ciclo economico. Questo tipo di apertura permette alle imprese di prosperare, di adattarsi e guadagnarsi un posto nella competizione globale. Permette alle nostre Università di esprimere eccellenze e guidare l’innovazione, e ai Paesi di creare conoscenza produttiva in tutti gli ambiti.
In questo scenario, e considerando il meccanismo di selezione elettorale che ha portato all’ascesa del sindaco di Londra, appare ancora più doloroso quanto è successo nella nostra terra a Platì, un paese in cui da anni il processo democratico è interrotto per l’impossibilità di nominare un rappresentante dei cittadini, posizionandosi simbolicamente agli antipodi della capitale britannica, in un uno stato di isolamento assurdo e lacerante.
C’è uno studio notevole di César Hidalgo e Ricardo Hausmann, due ricercatori rispettivamente del Massachussets Institute of Technology (MIT) e Harvard che ha elaborato l’idea di “economia della complessità”, che spiega bene questo punto.
L’assunto base è che all’origine dello sviluppo economico dei Paesi ci sia la loro capacità di creare e sviluppare conoscenze, che diventano dunque la vera determinante della prosperità economica e quindi sociale di un territorio. In altre parole, la crescita di una società nel tempo dipende dalla sua complessità in termini di conoscenze produttive. Andando nel dettaglio, la teoria di Hidalgo e Hausman presenta alcune debolezze, ma trovo affascinante che il loro pensiero abbia esplicitato in modo chiaro il legame tra sviluppo economico e complessità e dunque – aggiungo – tra Pil e capacità di generare e gestire diversità.
Se dunque lo sviluppo economico è una riflessione della capacità di un Paese di attivare un processo di “costruzione delle competenze”, anche attraverso l’apertura, diventa necessario chiedersi come le istituzioni possano impegnarsi nel favorire la creazione di ponti – verso l’esterno, ma anche verso l’interno – e favorire la crescita della complessità.
Si tratta di un campo d’azione naturalmente molto esteso, ma credo che analizzando l’argomento attraverso la lente delle capacità dei sistemi economici e sociali di essere connessi fra di loro, sia possibile individuare due macro temi.
Infrastrutture, innanzi tutto. La relazione tra la crescita del Pil e gli investimenti in strade, porti, aeroporti, e ferrovie è ben nota, e si fonda su un impatto positivo di tali investimenti perché ad esempio consentono un miglior utilizzo di tutte le risorse produttive e perché sono l’elemento su cui si fonda la mobilità di beni e persone. Tuttavia, qualsiasi lista di priorità infrastrutturali oggi deve includere un altro elemento fondamentale, che riguarda la creazione delle condizioni per un accesso alla rete universale e a costi contenuti. Secondo un recente report dell’Unesco, alla fine del 2015 il 57% della popolazione mondiale – 4 miliardi di persone – non avevano accesso alla rete, e solo il 15% ha potuto utilizzare una rete a banda larga. L’Europa, in particolare, si trova ad affrontare due tipologie di digital divide, come ha avuto modo di notare qualche giorno fa il Commissario Europeo per l'economia digitale Günther Oettinger. La prima riguarda il gap tra le aree metropolitane e rurali del continente; la seconda è invece di tipo culturale, ed è riconducibile alla mancata diffusione di competenze digitali in vaste aree della popolazione. Se dunque la “connettività” delle economie può essere un indice del loro “stato di salute” nel lungo periodo, appare evidente quanto il deficit di collegamenti digitali possa essere un fattore bloccante per la crescita.
La capacità dei tessuti economici e sociali di aprirsi alle contaminazioni con l’esterno è inoltre strettamente legata ad un altro campo di interventi – ed è probabilmente questa la seconda lezione che il caso di Sadiq Khan ci consegna: l’investimento nel capitale umano. Mi riferisco alla possibilità di garantire un accesso totale ad una educazione di qualità, senza alcuna barriera di tipo sociale ed economico. Evidentemente il Regno Unito non è necessariamente un esempio, da questo punto di vista; tuttavia il caso di Khan è un chiaro esempio dei benefici che una politica di inclusione sul fronte dell’educazione può generare. La letteratura scientifica si è soffermata su moltissimi di questi benefici, dimostrando ad esempio la correlazione tra diffusione dell’accesso all’istruzione e innovazione tecnologica o produttività del sistema economico.
L’aspetto che tuttavia ritengo più rilevante e profondo in termini di impatto sulla società nel lungo periodo è legato ad una opportunità, resa possibile da un’educazione di qualità a disposizione di tutti: quella di riattivare quell’ascensore sociale che in questo momento risulta interrotto in molte parti del mondo, e che potrebbe sprigionare nuove energie utili per il progresso economico e sociale.