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Così Uber prepara lo sbarco a Wall Street con i bilanci in rosso

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sfida all’orso

Così Uber prepara lo sbarco a Wall Street con i bilanci in rosso

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A Wall Street nel primo spicchio 2019 le Ipo più attese sono quelle di Uber e Lyft. Tra le due società, che si contendono il mercato del ride sharing, i servizi di mobilità via app, è partita una vera e propria corsa per arrivare alla quotazione. Lyft ha presentato per prima i documenti alla Sec. Uber ha fatto lo stesso poche ore dopo modificando i suoi piani che prevedevano la Ipo nella seconda parte dell’anno. Arrivare prima dell’altra alla quotazione vuol dire garantirsi una finestra di visibilità tra report degli analisti, titoli dei giornali, acquisti di azioni da parte degli investitori.

Le due quotazioni si preannunciano come l’evento dell’anno, soprattutto quella di Uber una delle cinque più grandi di sempre, considerando la valutazione della società californiana che da start up lanciata nel 2009, si è trasformata in un colosso della mobilità alternativa globale, principale player del mercato. La società dichiara di avere 75 milioni di clienti e 3 milioni di autisti che ogni giorno completano 15 milioni di corse. Lo scorso anno ha dichiarato 37 miliardi di ricavi ma niente utili. Nell'ultimo round di finanziamenti a ottobre veniva valutata 76 miliardi $. Due mesi dopo, stando ai tabulati presentati alla Sec dagli advisor bancari Goldman Sachs e Morgan Stanley, viene valutata più di 120 miliardi. Più della market cap di Gm, Ford e Fca messa assieme.

Lyft è poco conosciuta in Europa. Ma negli Stati Uniti e in Canada è il principale competitor di Uber: su Google Map ogni volta che viene fatta la ricerca di una destinazione appare la pubblicità comparativa delle due società. La tariffa di Lyft è sempre meno costosa, e grazie a questo la piccola rivale cresce tre volte più velocemente di Uber. Lyft viene valutata 15 miliardi e controlla circa il 30% del mercato nord americano. Uber ha più del 60%, ritmi di crescita più contenuti ma è conosciuta in tutto il mondo. Da poco più di un anno è guidata dal manager americano di origine iraniana Dara Khosrowshahi. Uno dei ceo più pagati della Silicon Valley che ha costruito la sua fama ai vertici di Expedia, di cui è stato ad una decina d'anni facendola diventare una delle più grandi agenzie di viaggio online al mondo, con il fatturato passato dai 2,2 agli 8,7 miliardi 2016. Oltre a preparare il percorso verso la quotazione, il ceo di Uber ha cercato di migliore la reputazione della società al termine di un anno terribile dopo una lunga serie di scandali legati a organizzazione del lavoro, rispetto della diversità, con casi di molestie sessuali che hanno costretto alle dimissioni forzate l'ex ceo e co-fondatore, Travis Kalanick. Kalanick ha lasciato la carica di ceo ma è rimasto lunghi mesi a battagliare nel board per il controllo della società con inevitabili problemi nella gestione corrente. Alla fine ha vinto il manager iraniano.

Khosrowshahi per accettare la sfida di far ripartire l'automobile ammaccata di Uber sembra abbia ricevuto un ingaggio di 200 milioni. A cui ogni mese aggiunge uno stipendio di 8 milioni. La prima cosa che ha fatto in questi mesi è stata quella di tentare cambiare la “cultura aziendale machista e militare da Game of Thrones” che caratterizzava la tormentata gestione Kalanick. Ora lancia l'Ipo dell'anno.

Sia Uber e Lyft crescono, aumentano i ricavi, ma sono in perdita: un miliardo a trimestre la prima, circa 250 milioni la seconda. Uber è una straordinaria macchina da soldi, continua a bruciare denaro e non produce utili. Presente in 785 città e 70 nazioni, ha una ragnatela di partecipazioni incrociate in altre società di ride-sharing in Asia, Russia, Medio Oriente (la cinese Didi Chuxing, indiana GrabTaxi tra tutte). Oltre ai taxi via app, Uber ha diversificato nella logistica, con un'app per camion e container (UberFreights), nel food delivery con UberEats, valutata 20 miliardi, nell'affitto di scooter e bici elettriche (Jump). Ha una divisione che studia la guida autonoma che costa 800 milioni l'anno e che concorre con Waymo di Google. Anche Lyft è entrata nel mercato del bike sharing acquisendo Motivate (controlla le bici pubbliche di New York), ha una divisione di mobilità per scooter elettrici e nella guida autonoma ha da poco comprato la start up di realtà aumentata Blue Vision Labs.

Dalla sua fondazione nel 2009 Uber ha lanciato 21 round di finanziamento, per un totale di 24,2 miliardi raccolti. Gli ultimi investitori, in ordine di tempo, sono Toyota che a ottobre ha staccato un assegno di 500 milioni per una partnership sulla guida autonoma. Il fondo sovrano saudita Pif con 1,5 miliardi. La giapponese SoftBank, a sua volta partecipata dai sauditi, che ha investito in Uber 7,7 miliardi direttamente, e 1,3 miliardi attraverso il fondo tech Vision.

Uber e Lyft sono le prime quotazioni della cosiddetta Gig economy: società che danno lavoro “on demand” attraverso l'offerta di servizi digitali. Le due Ipo avvengono in un momento di mercato sfavorevole ma potrebbero aprire la strada ad altre ex start up della Gig economy: Slack che opera nella condivisione di software, Airbnb che affitta case e stanze, e Palantir Tech attiva nel big data.

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