Ogni volta che un palestinese uccide un israeliano, e un israeliano un palestinese, e l’episodio si ripete un paio di volte nel giro di una settimana, inizia un irrilevante dibattito accademico: è incominciata o no la terza Intifada? Dieci morti la settimana, due accoltellamenti al giorno (tre ieri: a Gerusalemme, Kiryat Gat, dove l’attentatore diciannovenne è stato ucciso, e nei pressi di Tel Aviv), venti sassaiole, la città vecchia di Gerusalemme a ferro e fuoco fanno un’Intifada? Sembra così essenziale scoprirlo che si perde di vista il nocciolo del problema: che, cioè, non c’è mai stato un attimo di tregua né una pausa nel conto delle vittime, nella lotta ormai secolare fra chi vuole uno Stato palestinese e chi no, che l’evoluzione degli avvenimenti ha semplificato in occupanti contro occupati.
Sono i momenti più accesi che di solito vengono chiamati Intifada (la prima scoppiata alla fine del 1987, la seconda nel settembre 2000). Ma lo scontro fra i due popoli è senza fine. L’ultima guerra di Gaza dell’estate 2014 non è catalogata come Intifada, tuttavia un mese di combattimenti ha prodotto la metà dei morti della seconda Intifada durata cinque anni. È così evanescente la definizione di Intifada – significa scrollarsi di dosso qualcosa o qualcuno - che è difficile stabilire quando finisce davvero. C’è invece sempre un episodio che le dà il via. Nel 1987 un incidente stradale a Gaza nel quale un israeliano uccise quattro operai palestinesi; la rivolta che scoppiò fu principalmente la disobbedienza civile di un intero popolo verso i suoi occupanti. Nel 2000 la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata del tempio di Gerusalemme, ma questa volta il terrorismo suicida fece deragliare il senso della protesta nazionale palestinese.
Anche l’ultimo acuirsi della tensione ha avuto origine sulla Spianata, a causa di alcuni estremisti religiosi ebrei. È difficile prevedere la piega che prenderà: le sofferenze, le perdite e il prezzo pagato dai palestinesi nella seconda Intifada rendono impossibile una rivolta generalizzata e organizzata. Chi la sta facendo spontaneamente e senza una direzione politica è una nuova generazione di shebab, di ragazzi palestinesi che non hanno memoria delle sofferenze passate.
Ma ognuno di questi episodi che hanno innescato le rivolte palestinesi vale quanto il rapimento di Elena per spiegare la guerra di Troia. La guerra in Terra santa c’è a causa dell’occupazione israeliana e della mancata soluzione della questione palestinese. La cosa più rimarchevole che si può accreditare ai due protagonisti di questo scontro fra due risorgimenti nazionali, due gruppi etnici, estremizzato dalle fedi religiose, è la capacità degli israeliani, attraverso comportamenti e politiche, di mantenere saldo l’odio palestinese verso di loro, una generazione dopo l’altra; e l’incapacità palestinese di creare una leadership politica forte, coerente e unitaria.
La vera pericolosità dell’attuale crisi è il suo dipanarsi in un deserto internazionale e domestico di protagonisti, di idee e di prospettive. Gli attori regionali e internazionali sono troppo occupati dalle guerre civili arabe e dall’Isis. Forse un giorno Vladimir Putin cercherà di rubare agli Stati Uniti anche la scena della questione palestinese. Ma ora la Russia è troppo impegnata a scoprire quanto sia più facile entrare in Siria che uscirne, soprattutto da vincitori. Barack Obama ha già chiesto e ottenuto troppo da Bibi Netanyahu sul nucleare iraniano per far ripartire un’iniziativa di pace che metterebbe più in difficoltà il governo di destra israeliano che i palestinesi.
Al vuoto pneumatico internazionale si aggiunge quello interno al conflitto. Una buona metà degli israeliani, quella al governo, è convinta che una Palestina non debba mai nascere e si comporta conseguentemente: ebraicizzando la parte araba di Gerusalemme ed espellendo i palestinesi dall’area C, la zona più vasta e sotto il controllo israeliano della Cisgiordania occupata. L’altra metà degli israeliani la pensa diversamente ma non s’impegna perché non ha alcuna fiducia nei palestinesi. Per Netanyahu non fare nulla è facile come giocare in casa.
Se il vuoto israeliano è di proposte, quello palestinese riguarda la leadership. Abu Mazen è ultra ottantenne e ha intenzione di lasciare. È stato un interlocutore più serio e credibile di Arafat, ma gli israeliani lo hanno trattato come Arafat, delegittimandolo. I possibili successori sono privi di personalità e pieni di interessi privati in atto pubblico per guidare il popolo palestinese verso qualcosa di meglio. La generazione che avrebbe dovuto governare e che probabilmente ne ha le qualità, è chiusa nelle prigioni israeliane. Ai più giovani, lasciati senza prospettive diverse da quelle che può offrire una gabbia, e sempre più influenzati dall’islamismo crescente attorno a loro, non resta che la loro piccola ma tragica Intifada.
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