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«Per le imprese rischio ancora sotto controllo»

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Medio Oriente

«Per le imprese rischio ancora sotto controllo»

  • –Carmine Fotina

Il Mali dopo la Tunisia e dopo l’Egitto. L’Africa torna a far parlare di sé per la crescita del rischio politico ma, pur nell’ansia degli ultimi giorni, Alessandro Castellano, amministratore delegato di Sace, invita a non cadere in un vortice di pessimismo eccessivo sugli effetti per le nostre esportazioni: «La paura, almeno per ora, è superiore al danno».

Che cosa cambia per le nostre imprese impegnate in Africa?

La Tunisia, ma anche lo stesso Egitto, hanno dimostrato finora che i contraccolpi delle azioni terroristiche sono prevalentemente specifici e localizzati, nel senso che non si sono concretizzati spillover su larga scala. Ci possono essere effetti collaterali ma non siamo ancora in una situazione da danno strutturale. L’industria italiana, con una serie di compensazioni interne alle aree e ai settori di esportazione, può limitare i danni. A patto però di saper diversificare.

Siamo preparati da questo punto di vista?

Sì e no. Direi che sicuramente rispetto a qualche anno fa siamo di fronte a uno scenario-footprint più ambizioso. Nel senso che lo schema azienda grande-geografia grande sta lasciando il campo a uno schema con una quota più elevata di medie e piccole aziende presenti in un numero crescente di Paesi. Ma di fronte agli ultimi eventi la bussola per le nostre imprese deve sempre di più puntare in questa direzione.

Il Mali rappresenta una goccia del nostro export (53 milioni nel 2014), ma in Africa ci sono anche Paesi al centro del Piano made in Italy messo a punto dal governo.

Non vorrei sembrare eccessivamente ottimista. Ma un singolo evento terroristico ha un forte impatto emotivo, può avere effetti temporanei su qualche industry, vedi il turismo in Tunisia o Egitto, ma limitato sull’economia reale nel suo insieme. Quest’ultima può invece essere colpita in modo più acuto da trend mondiali come quello delle materie prime o, per farle un altro esempio, l’indice dei costi del trasporto marittimo. Certo, diverso sarebbe uno scenario in cui aumentassero gli episodi tipo Mali in altri Paesi dell’Africa subsahariana o ce ne fossero altri, non sporadici, nel Nord Africa. Ma al momento ci sono alcuni segnali che consentono di evitare il panico.

Quali in particolare?

Prendiamo l’Egitto, colpito dal recente attentato all’aereo nel Sinai. Proprio in questi giorni stiamo chiudendo una grossa operazione che vedrà impegnate oltre 100 Pmi italiane, in cui tra l’altro, a dimostrare la solidità del sistema Italia, siamo stati in grado di offrire alle imprese locali un costo del finanziamento inferiore rispetto a quello che nel medesimo contesto ha offerto la Germania.

Ma per le imprese italiane che puntano a mercati rischiosi non c’è da attendersi un aumento dei costi di assicurazione?

Guardi, non possiamo negare che il rapporto rischio/rendimento sia destinato a deteriorarsi lentamente ma inesorabilmente nel 2016. Tuttavia nel nostro scenario questo trend, più che dalla psicosi di queste settimane, sarà determinato da fattori esogeni al terrorismo come i prezzi del petrolio, la crisi di crescita dei mercati emergenti e i riflessi che su questi potrà avere un aumento dei tassi Fed.

I mercati finanziari finora hanno retto agli eventi recenti quasi ignorandoli. Come mai?

Si sta andando verso un mondo in cui aumenta la frequenza di questi episodi e probabilmente gli operatori tendono a scontarne gli effetti sulla volatilità sui mercati dei capitali. Non credo cambieranno le cose a breve. Se, ad esempio, dovessi fare una previsione sul bond di prossima emissione annunciato dall’Arabia Saudita, non credo che il rischio terroristico avrà impatti significativi sul collocamento.

Come può cambiare la mappa delle priorità italiane dell’export made in Italy?

Non c’è da aspettarsi stravolgimenti nel breve termine. Metterei in luce al contrario un elemento di compensazione. La crisi attuale ha riportato al centro delle strategie geopolitiche Russia e Iran: un fatto che potrebbe avere un effetto positivo sulle nostre esportazioni, in quanto si tratta di Paesi verso i quali abbiamo una storica propensione all’interscambio.

Le imprese italiane hanno tradizionalmente una bassa propensione alla copertura del rischio politico. Per quale motivo?

Devo dire che negli ultimi 30-40 anni i rischi politici in senso stretto, legati a rivoluzioni, espropri, atti di un governo che possono influenzare l’attività economica di un’azienda, sono progressivamente calati, fino al punto che il 90% dei rischi che oggi assicuriamo sono di natura commerciale. Di certo, la sensibilità alla copertura da parte delle nostre aziende è inferiore rispetto ad altri Paesi, nonostante le evidenze di una correlazione diretta tra l’assicurazione nel ramo danni e la crescita del Pil. Manca ancora la visione dell’assicurazione come strumento di copertura strategico, a prescindere dalle singole contingenze.

Si attende cambiamenti a breve?

Dopo la Primavera araba, c’è da dire, è cresciuta la quota di aziende che ha capito che è un bene assicurarsi se si va in Paesi dal profilo di rischio medio-alto come quelli nordafricani. E alla luce degli ultimi eventi è utile ricordare che, ricorrendo a strumenti di mitigazione dei rischi, è possibile internazionalizzarsi anche in un mondo sempre più incerto.

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