Normalità. In questo mondo alla rovescia dei tassi a zero, la Fed ha mosso il primo passo verso una normalità ormai dimenticata. Dopo aver tenuto i tassi a zero per 7 anni, ieri sera li ha rialzati. Il punto è capire se nei prossimi anni riuscirà davvero a camminare - seppur lentamente - verso la normalità. O se, invece, Janet Yellen non stia in realtà aprendo un gigantesco vaso di Pandora da dove usciranno tutte le bolle gonfiate negli anni di denaro facile.
Mettiamo subito le cose in chiaro: la positiva reazione dei mercati di ieri sera non ha alcun valore segnaletico. Che la Fed alzasse i tassi era ampiamente atteso, e i mercati accolgono sempre di buon occhio ciò che si aspettano. E se anche la reazione positiva dovesse continuare nei prossimi giorni e mesi, non avrebbe grande significato ugualmente: un po' perché mentre la Fed alza i tassi, Bce e Bank of Japan continuano a stampare denaro; un po' perché storicamente - secondo uno studio di Cammack negli ultimi 30 anni - mai un ciclo di rialzi dei tassi Usa ha avuto un impatto negativo su Wall Street.
Il punto è capire se veramente la Federal Reserve (e la Bank of England che nel 2016 dovrebbe seguirne le orme) riuscirà a portare il suo mondo verso la normalità nell'arco dei prossimi anni. Vari economisti pensano di no: perché gli ostacoli o i freni che potrebbero interrompere, rallentare o invertire questo cammino sono vari. Uno: in giro per il globo ci sono molte potenziali bolle speculative, gonfiate proprio dai lunghi anni di politica monetaria ultra-espansiva. Due: l'eccesso di debito, soprattutto tra famiglie e imprese di Paesi emergenti. Tre: alcuni fenomeni economici, come la bassa inflazione, stanno diventando sempre più strutturali. Quattro: l'economia americana non è così solida come i dati lascerebbero intendere.
Iniziamo dai primi due punti, che sono legati l'uno all'altro: bolle e debiti. Sul mercato c'è grande dibattito sul tema, con molti operatori convinti che non ci siano vere bolle speculative in giro per il mondo. Può darsi: del resto una bolla si rivela come tale solo quando scoppia. Ci sono però - questo può dirsi - alcuni eccessi. Il primo, il più grosso, si trova nei Paesi emergenti, dove sono finiti in buona parte i soldi stampati dalla Fed. È per questo - calcola Indipendent Strategy - che il debito delle imprese dei Paesi emergenti è passato dall'85% del Pil nel 2008 al 105% attuale. Il problema non sta solo nell'ammontare, ma nel fatto che questi debiti sono troppo spesso denominati in dollari (le aziende in Perù, Cile, Turchia, Indonesia e Brasile hanno tra il 60% e l'80% del debito in valuta estera): questo rappresenta un rischio ora che la Fed alza i tassi Usa, ora che il biglietto verde è forte e che la liquidità in dollari si riduce.
Ma gli eccessi si vedono anche sul mercato immobiliare inglese e di alcuni Paesi scandinavi, fino a quello dell'Australia. Da questa lontana parte del mondo, calcola Rbs, le famiglie hanno un debito pari al 186% del loro reddito: cifra enorme, che supera il già abnorme 141% della Gran Bretagna e il 106% degli Stati Uniti. È vero che la politica della Fed non ha effetti diretti qui, ma potrebbe averli indiretti: se il rialzo dei tassi Usa mettesse in difficoltà l'indebitatissima Cina, a sua volta soffrirebbe l'Australia la cui economia dipende proprio da quella della Repubblica popolare. Le domande, dunque, sono: questa immensa pila di debiti globali resterà in piedi in un mondo che si fa piano piano più «normale»? Queste «bolle» riusciranno a sgonfiarsi lentamente senza creare problemi?
C'è poi un altro grande motivo per cui la «normalità» potrebbe essere ancora molto lontana: l'inflazione fatica a risalire in tutto il mondo, anche depurandola dall'effetto del petrolio. I motivi sono tanti, molti dei quali legati all'incertezza. Ma ce ne sono anche alcuni strutturali: da un lato la digitalizzazione dell'economia (che abbassa i prezzi e dunque l'inflazione), dall'altro l'invecchiamento della popolazione. Questo potrebbe ridurre la necessità di rialzare i tassi da parte della Fed in futuro e potrebbe favorire (il che è positivo) un ritorno alla normalità sufficientemente graduale da evitare lo scoppio delle bolle.
Anche perché qualche problema c'è persino nell'economia Usa. È vero che il Pil cresce (la stessa Fed prevede +2,1% nel 2015 e +2,4% nel 2016) e che la disoccupazione cala. Ma è anche vero che la partecipazione al mercato del lavoro è molto bassa (ci sono tanti scoraggiati) e che tanti anni di quantitative easing hanno aumentato le diseguaglianze sociali. Tutto questo rende il compito della Fed ora, della Bank of England nel 2016 e - prima o poi - delle altre banche centrali molto complesso: se negli ultimi 7 anni la sfida delle banche centrali è stata quella di combattere contro la grande crisi finanziaria, nei prossimi 7 sarà quella di riportare il mondo alla normalità. Qualunque sia il significato di questa strana parola.
m.longo@ilsole24ore.com
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