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La Ue sul debito, il soccorso di Verdini, il referendum: i fattori…

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Europa

La Ue sul debito, il soccorso di Verdini, il referendum: i fattori che spingono al voto 2017

Forse è un azzardo collegare l’avvertimento Ue sul debito italiano al timing per le elezioni ma qualche riflessione la sollecita. Nel rapporto, per esempio, si parla di rischi a medio termine e si indica il 2017 come anno cruciale. Potrebbe anche essere l’anno in cui si vota?

Nel rapporto della Commissione europea, al di là dei dati noti sul peso del debito pubblico, quello che si dice è che per mantenerne la sostenibilità il Governo deve rinunciare alla flessibilità e tornare alla normalità delle regole di aggiustamento di bilancio. Dunque dall’anno prossimo l’Italia si deve incamminare verso una riduzione costante del debito attraverso una correzione annuale dello 0,5% del Pil e chiudere con la “pacchia” delle concessioni sul deficit. Ora, se le scommesse politiche di Renzi - e non solo sue ma di tutti i premier - sono legate all’economia questo fa pensare che accadrà qualcosa.

È vero che il premier ha ancora almeno 10 mesi per decidere – e in politica sono davvero molti – ma mettendo insieme un po’ di fattori si vede che l’opzione di un voto anticipato non è tra le più lontane. Anzi. In primo luogo c’è, appunto, il fattore economia. Se scelte di maggior rigore si imporranno, Renzi però non sembra pronto a imporre sacrifici. In due anni ha fatto prevalentemente manovre a deficit, senza tagli di spesa, tagliando la tassa sulla casa o dando il bonus di 80 euro, perché dovrebbe cambiare proprio quando si avvicinano le elezioni? Anche se fossero nel 2018, la stretta della prossima manovra si farebbe sentire per tutto il 2017 e per i mesi successivi, cioè quando a febbraio si andrà a votare. Insomma, se l’Europa imporrà un’inversione di marcia è più probabile che il premier reagisca come sta facendo ora, che si prenda margini di flessibilità anche non concordata (sull’immigrazione) e costruisca sul braccio di ferro con l’Ue una posizione politica ed elettorale. Oggi le opposizioni lo criticano perché è al Governo ma in campagna elettorale da che parte staranno? Improbabile che si schierino con Bruxelles. Già oggi i suoi prinicipali competitors, i 5 Stelle e Salvini, sono spiazzati dalla virata euro-critica del leader Pd.

L’altro fattore che spinge al voto è il Parlamento. Diventa molto faticoso per Renzi andare avanti ancora due anni con questa maggioranza che al Senato ha sempre più bisogno di Denis Verdini. Ogni volta la sinistra del Pd ma anche le opposizioni faranno pagare al premier la stampella di Ala che è stata così necessaria per approvare le riforme ma che diventa sempre più ingombrante per il leader del Pd. Una situazione senza sbocco, a cui non c’è alternativa visto che il gruppo Pd mantiene una minoranza interna che fa riferimento all’ex leader Bersani mentre a destra c’è il massimo di frammentazione. Quanto può reggere il Governo con un Parlamento così sfilacciato?

Poi c’è il fattore decisivo, il referendum costituzionale. Renzi ha trasformato l’appuntamento in una scommessa politica su se stesso al punto da mettere sul tavolo le dimissioni in caso di sconfitta. Ma se vincerà, è possibile che metta la vittoria in freezer fino al 2018? E che non la sfrutti per vincere “a caldo” pure le elezioni politiche? È difficile immaginare che un leader come Renzi, tutto teso sul carpe diem, non ottimizzi le urne referendarie. Un altro sospetto è alimentato dallo stesso premier che ha legato i due appuntamenti – quesito e voto - dicendo che dai comitati per il sì nascerà la nuova classe dirigente del Pd. Insomma, almeno le liste elettorali si prepareranno con il referendum.

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