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«Così gestiamo i rischi legati a Brexit»

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«Così gestiamo i rischi legati a Brexit»

  • –Andrea Malan

Uno dei settori economici potenzialmente più impattati dal dopo-Brexit - finanza a parte - è quello dell’automobile: il Regno Unito è il secondo mercato europeo per vendite di auto dopo la Germania (2,6 milioni nel 2015) e il terzo per numero di vetture prodotte (1,53 milioni). Appena prima della decisione della Bank of England sui tassi, il Sole 24 Ore ha intervistato Jim Farley, 54 anni, americano, dal gennaio 2015 presidente di Ford Europe. Dopo una presenza pluridecennale, Ford Europe dal 2013 non produce più veicoli in Gran Bretagna ma sforna ben 1,6 milioni di motori, che equipaggiano la maggior parte delle auto e veicoli commerciali che produce nel resto d’Europa; è inoltre al secondo posto per vendite in Gran Bretagna (dopo il gruppo Volkswagen) con una quota del 12% nei primi 7 mesi del 2016.

Che impatto avrà la Brexit sui vostri conti? Nei giorni scorsi sono circolate cifre fino a 1 miliardo di dollari di qui al 2018. «Il nostro direttore finanziario - risponde Farley - stima un impatto di 200 milioni quest’anno e di 400 in ciascuno degli anni successivi; può fare lei i conti». La sola svalutazione della sterlina ha due tipi di effetti: il primo è immediato, la svalutazione del valore in dollari delle attività britanniche. «Già dal secondo trimestre abbiamo dovuto svalutare il valore in dollari dei nostri asset nel Regno Unito: questo ha sottratto 70-90 milioni all’utile». C’è poi l’impatto operativo sul conto economico. Già da prima del referendum, dice Farley, «per ridurre la volatilità abbiamo coperto questo secondo impatto con una strategia di hedging valutario che vale per quest’anno e in parte per i prossimi due. Non può però durare in eterno». Ecco perché già ora la stima dell’impatto negativo dal 2017 è più alta di quella di quest’anno.

C’è poi il rischio del rallentamento dell’economia britannica. «I dati di luglio sono in chiaroscuro: abbiamo visto un calo della domanda dei privati compensato da un miglioramento nei noleggi». Il consuntivo dell’auto - pubblicato proprio ieri - vede in realtà un andamento piatto per il mercato e un -7,75% per Ford. «Un mese non basta a dare una tendenza - dice Farley - ma quest’anno c’è il rischio di un calo del 5-10% delle vendite a privati, quelle più profittevoli».

Come reagirà il gruppo? Ford Europe ha già attuato negli scorsi anni una politica di risparmi che l’ha portata a chiudere il primo semestre 2016 con un utile di 901 milioni di dollari, uno dei più alti fra i costruttori generalisti. «Il mio compito è di minimizzare gli effetti negativi - dice Farley - come del resto abbiamo storicamente fatto quando la sterlina era debole rispetto all’euro: uno dei mezzi è l’aumento dei prezzi di vendita in sterline». Nel medio-lungo periodo dovrà considerare anche l’impatto della Brexit sull’interscambio commerciale tra Ue e Regno Unito. « Il futuro accordo commerciale tra Ue e Uk, sia con tariffe di tipo Wto che con termini migliori per Londra, avr à un impatto fondamentale sul nostro settore». Considerando i vari scenari possibili, state valutando anche l’ipotesi di spostare la produzione fuori dal Regno Unito? «È troppo presto per fare ipotesi di questo tipo. Voglio essere chiaro: non abbiamo attualmente intenzione di cambiare la nostra strategia di investimento in Gran Bretagna. Come ogni buona azienda, però, all’occorrenza dovremmo fare i conti con la realtà».

Farley, del resto, è abituato a gestire problemi geopolitici di ogni tipo. Come in Turchia, dove il manager è volato una settimana dopo il golpe: «Il fallito colpo di stato è successo venerdì sera, e la nostra fabbrica domenica sera aveva già ripreso a produrre. A luglio c’è stato un impatto negativo sul mercato, ma credo sia doJvuto più alle vacanze che al golpe. Sono fiducioso che per settembre tutto tornerà alla normalità». Come anche in Russia, dove Ford ha continuato a produrre - a differenza di alcune concorrenti - e dove «la situazione ha continuato a migliorare e la nostra quota di mercato è aumentata dell’1,3% quest’anno. Il Governo continua a sostenere il settore con incentivi e il rublo si è rafforzato molto, il che ha portato a una maggiore domanda. La Russia è una delle ragioni principali del nostro recupero di redditività in Europa».

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