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Dossier Casa Bianca 2016 fra irritualità e incertezza

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Dossier | N. (none) articoliSpeciale America al voto

Casa Bianca 2016 fra irritualità e incertezza

Una “sorpresa di novembre” non è prevista nei manuali elettorali su cui si preparano gli “spin doctors”. Non ci sarebbe il tempo materiale, visto che le elezioni sono sempre il primo martedì del mese. Eppure ieri notte è successo anche questo: una virata di 180 gradi dell'Fbi che ha risucchiato con la stessa rapidità e forza con cui l'aveva liberato l'uragano email di Hillary Clinton.

Come andrà a finire a questo punto? Siamo al capolinea di questa interminabile stagione elettorale per la Casa Bianca 2016 e l'incertezza non può mai essere eliminata completamente. Hillary è tornata forte, ma Brexit insegna. Trump è comunque scatenato, torna a parlare di complotto, mobilita i suoi e ha viaggiato nel doppio degli Stati chiave rispetto a Hillary.

Ma l'incertezza non c'è stata solo sui risultati, c'è anche per i mercati, per i rapporti transatlantici, fino alle incertezze più di lungo termine che riguardano il futuro del Paese.

“Il messaggio che emerge da questa campagna elettorale è la conferma di quanto l'incertezza sia diventato il denominatore comune per ogni democrazia occidentale”

 

Se c'è un indicatore, un messaggio che emerge da questa campagna elettorale americana dopo due anni di battaglie, di dibattiti, di scandali, di scontri, di sondaggi in profondità è la conferma di quanto l'incertezza sia diventato il denominatore comune per ogni democrazia occidentale. Un'incertezza che si consuma nel giorno per giorno e riguarda ciascuno di noi. Dimentichiamo per un attimo il futuro americano o la Casa Bianca per soffermarci sul fatto che l'incertezza ci consuma sul posto di lavoro, sulla possibilità di farcela con lo stipendio alla fine del mese, su un percorso di crescita nel futuro delle nostre economie. Questi elementi tendenziali di cui soffriamo da tempo in Europa sono anche arrivati in America. Ed è questo il fatto nuovo: l'ottimismo sconfinato degli Stati Uniti è sempre stato un elemento di contagio, di traino, per noi europei pervasi da una sorta di immobilismo strutturale. Ora siamo noi ad aver contagiato l'America.

Un esempio: venerdì scorso, abbiamo avuto una buona tenuta dell'occupazione in ottobre, il tasso di disoccupazione ci ha detto il dipartimento al Lavoro da Washington, è sceso al 4,9% con 160.000 nuovi salariati dipendenti. In altri tempi questo avrebbe dato un'iniezione di sicurezza. Oggi resta un elemento statistico lontano dalla realtà del giorno per giorno. Con un corollario non irrilevante: questa incertezza, questo malessere di fondo su carriere, studi, bilanci domestici che osserviamo ogni giorno in America non finirà quando avremo conosciuto il risultato delle elezioni.

Larry Summers, il grande economista americano, ex segretario al Tesoro, l'artefice con Tim Geithner del recupero che abbiamo visto negli Stati Uniti dopo la crisi del 2007/2009 spiega questo stato di cose con la descrizione di una “stagnazione secolare”: è cambiato qualcosa nel processo di sviluppo, la miscela della concorrenza straniera a buon mercato con le innovazioni tecnologiche ha generato la rabbia delle classi medie, dei diseredati che ha consentito a Donald Trump di vincere contro 16 concorrenti repubblicani con il suo messaggio di protesta, di rottura. Poi certi suoi scivoloni lo hanno screditato: più che la protesta contavano i valori etici. Ma oggi lo svantaggio è azzerato.

Che cosa è successo? L'incertezza è tornata dopo l'intervento irrituale dell'Fbi che ha rivelato la riapertura del dossier email di Hillary Clinton. In quel momento, con una tendenza al recupero già in atto grazie alla diffusione di alcune email imbarazzanti della campagna Hillary da parte di Wikileaks, campagna di Trump è esplosa. Il recupero è stato forsennato, l'azzeramento del distacco sulle probabilità di vittoria di Hillary si solo affievolite nel corso del fine settimana per poi precipitare dopo l'annuncio dell'Fbi di nuovo favorevole a Clinton. Ma ancora oggi la vicinanza fra i due candidati anche in alcuni Stati chiave come la Pennsylvania, la Carolina del Nord, la Florida è talmente piccola da rendere inevitabile l'incertezza statistica.

Cosa che ci porta all'altro elemento costante di queste elezioni: l'uscita dalla ritualità, dalla correttezza politica. È stato questo l'altro elemento nuovo di questa corsa che terminerà domani. È stato irrituale che Trump, un outsider della politica ma anche del partito repubblicano potesse affermarsi nelle primarie. Irrituale che due ex presidenti repubblicani come George W. e George Herbert Bush prendessero le distanze dal candidato repubblicano Donald Trump. Irrituale che un candidato della sinistra con Bernie Sanders abbia dato un tale filo da torcere a Hillary Clinton. Irrituale che con queste elezioni non si parli solo di una vittoria democratica o repubblicana ma della possibile fine di un'epoca. Cosa che ci riporta all'incertezza, al sintomo di fondo del malessere del nostro tempo. Malessere che non potrà essere sconfitto solo dall'irritualità o dalla notizia, anch'essa irrituale, dell'innocenza presunta di Hillary. Di questo almeno, dovremo esserne certi.

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