Acciaio e alluminio forniranno presto un nuovo test sulla concretezza delle minacce protezionistiche di Donald Trump. Entro la fine del mese, il dipartimento del Commercio Usa presenterà i risultati dell’indagine promossa ad aprile per verificare se le importazioni dei due materiali rappresentino un pericolo per la sicurezza nazionale. Se così fosse, la Casa Bianca si dice pronta a varare contromisure «audaci» sotto forma di dazi e contingentamenti, sulla base di uno dei diversi strumenti (in questo caso la section 232 del Trade expansion act del 1962), che consentono al presidente di modificare la politica commerciale saltando il Congresso.
Non è la prima volta che Trump fa la voce grossa sul commercio. Finora quasi mai alle parole sono seguiti i fatti, con l’eccezione del ritiro dalla Trans pacific partnerhsip, l’area di libero scambio con altri 11 Paesi del Pacifico, alla quale Washington aveva aderito, ma che il presidente ha affondato appena arrivato alla Casa Bianca. Il Nafta, l’accordo con Messico e Canada che avrebbe dovuto seguire la stessa sorte, è invece ancora vivo e vegeto. I dazi al 35% sulle importazioni dal Messico non si sono ancora visti, tantomeno il muro che dovrebbe fermarne gli immigrati clandestini. I dazi al 45% minacciati nei confronti della Cina si sono trasformati in strette di mano e intese bilaterali al termine del vertice di aprile tra Trump e Xi Jinping, in Florida.
Precedenti che non aiutano certo a prendere le misure al nuovo inquilino della Casa Bianca. Così, l’avvicinarsi dell’ennesimo momento della verità, stavolta sui dossier dell’acciaio e dell’alluminio, non manca di destare preoccupazioni tra i partner degli Usa. Il commissario al commercio della Commissione Ue, Cecilia Malmström, ha già fatto sapere che l’Europa reagirebbe a eventuali nuovi muri commerciali, aprendo procedimenti davanti alla Wto e varando ritorsioni.
Secondo il dipartimento del Commercio, nel 2016 gli Usa hanno importato il 30% dell’acciaio utilizzato, rispetto al 23% del 2009 (ma per il Cato Institute, gli addetti dei settori economici che non utilizzano l’acciaio erano 16 volte più numerosi di quelli dell’acciaio). L’Amministrazione sostiene che la produzione domestica sia strategica per la sicurezza nazionale, perché fondamentale per la produzione di armamenti. Ma affermare un principio così vago - fanno notare osservatori come Lee Branstetter, della Carnagie Mellon University, e Chad Bown, del Peterson Institute - potrebbe scoperchiare un «vaso di Pandora» che autorizzerebbe qualsiasi Paese a erigere dazi a tutela di qualunque settore. Da sempre, per esempio, l’India difende con queste argomentazioni il proprio settore alimentare, mentre Pechino sta cominciando a invocarle contro l’export Usa di prodotti ad alta tecnologia.
L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca è proprio la Cina, contro la quale però già le passate amministrazioni hanno varato misure anti-dumping, spesso tramite la Wto. I falchi ritengono tuttavia queste misure inefficaci e aggirabili attraverso triangolazioni con Paesi terzi. Sta di fatto che una stretta, oggi, danneggerebbe soprattutto Canada, Brasile e Corea del Sud, i primi tre fornitori di acciaio degli Usa (l’Italia, l’anno scorso, vi ha esportato 657 milioni di euro di prodotti siderurgici). Su sponda europea, e soprattutto tedesca, le pressioni contro una nuova stretta hanno sfruttato addirittura i canali militari della Nato, fino a spingere il capo del Pentagono, James Mattis, a dirsi contrario.
Le preoccupazioni dei partner degli Stati Uniti sono condivise da diversi settori economici americani. In primo luogo quello dell’alimentare, che teme di finire vittima di eventuali ritorsioni: secondo la Us Wheat Associates, invocare la sicurezza nazionale per limitare l’import avrebbe «effetti devastanti».
Quanto all’alluminio, gli Stati Uniti erano il primo produttore mondiale, con 22 fonderie, scese oramai ad appena cinque, dopo le chiusure imposte più dalla crisi economica che non dalla concorrenza sleale della Cina. Ma anche qui, i principali fornitori sono Canada e Europa.
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