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Commercio, ecco che cosa la Cina concederà agli Usa

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il negoziato

Commercio, ecco che cosa la Cina concederà agli Usa

Washington. Il vicepremier  Liu He (primo a sinistra) di fronte al rappresentante al Commercio Usa Robert Lighthizer (Reuters)
Washington. Il vicepremier Liu He (primo a sinistra) di fronte al rappresentante al Commercio Usa Robert Lighthizer (Reuters)

NEW YORK - La linea ufficiale della Casa Bianca è arrivata con due tweet: gli incontri sono andati bene, le intenzioni sono buone da entrambe le parti ma «non ci sarà un accordo definitivo fino a quando io e il mio amico presidente Xi non ci incontreremo, nel prossimo futuro, per discutere e accordarci su alcuni punti più complessi». Donald Trump non ha partecipato alla due giorni di incontri ad alto livello tra le delegazioni cinese e americana sulla “trade war” nell’imponente palazzo dell’Eisenhower Executive Office, giusto accanto alla Casa Bianca. Ma alla fine dell’ultima giornata del secondo round negoziale – il primo round tecnico si era svolto a Pechino a inizio mese – il presidente ha voluto suggellare il successo della strada percorsa con una stretta di mano al capo delegazione Liu He, il vicepremier economista uomo di fiducia di Xi Jinping.

Mancano 27 giorni alla fine della tregua. Trump, implicitamente, ha detto che l’accordo si farà. Ma vuole essere lui a firmarlo. Accadrà prima della scadenza a Pechino. Fonti diplomatiche confermano che la delegazione cinese ha invitato il presidente americano in Cina. Prima di allora le delegazioni si incontreranno ancora una, o due volte, per precisare i termini. Trump potrebbe vedere Xi a fine febbraio, nel viaggio in Asia per il secondo vertice con il leader nord coreano Kim Jong-un con cui, ha detto, sono stati fatti «enormi progressi».

Gli americani chiedono alla Cina impegni per ridurre il deficit commerciale di 350 miliardi l’anno, con l’aumento delle esportazioni di prodotti made in Usa. Non solo soia, riso, gas naturale liquefatto e carne di maiale in grandi quantità, come Pechino già ha cominciato a fare dal primo dicembre, dopo la tregua firmata al G20 in Argentina.

Un capitolo importante aperto in questi giorni è quello legato all’industria dei servizi, con la disponibilità da parte cinese a favorire l’accesso al mercato di banche, assicurazioni e società di consulenza. Settore dove l’America ha un vantaggio competitivo e che può contribuire a far crescere il surplus. Gli Usa chiedono inoltre «cambiamenti strutturali» nell’economia cinese. Pechino ha offerto di far salire ancora in maniera sostanziale gli acquisti di materie prime americane, soia e gas naturale prima di tutto, ma resiste alla richiesta di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia.

La Cina ha accelerato i piani per introdurre una nuova legge per gli investimenti stranieri: il 5 marzo il parlamento cinese ha già fissato la sessione per votare il provvedimento che sostituirà tre norme esistenti. L’approvazione da parte dell’Assemblea nazionale del popolo è scontata. La legge è stata pensata per favorire maggiori investimenti dall’estero e dare una maggiore tutela legale alle società straniere che operano in Cina, anche sul tema della proprietà intellettuale: finora sono state obbligate a condividere la loro tecnologia con le aziende locali nelle joint venture. L’obbligo sparirà. Nella nuova norma si parla di incoraggiare «la cooperazione tecnologica» con le aziende straniere su base volontaristica. La velocità con cui Pechino ha preparato la bozza della legge – tre mesi rispetto a un anno che è la media - denota l’impegno e il forte interesse da parte cinese a far rientrare la guerra commerciale. La Cina è stato uno dei motori dell’economia mondiale per anni. Ora si ritrova con i minori tassi di crescita da tre decenni a questa parte.

Un altro aspetto negoziale riguarda il Fentanyl, la micidiale droga sintetica prodotta in Cina e venduta negli Stati Uniti «che ammazza 80mila americani all’anno», come ha ricordato Trump. Le autorità cinesi si sono impegnate a rafforzare il regime sanzionatorio, fino alla pena di morte nei casi più gravi.

Sullo sfondo, per ora, resta la battaglia bipartisan, più a lungo termine, con Huawei per il controllo della rete 5G e l’intelligenza artificiale.

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