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Rally di Montecarlo 1972: quando la storia diventa leggenda

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Rally di Montecarlo 1972: quando la storia diventa leggenda

Ci sono storie e storie: qualcuna da dimenticare, qualcuna da ricordare, altre ancora destinate a vivere qualche anno per poi lasciare giustamente spazio ad altre più belle, più grandi, più meritevoli. E poi c’è «la Storia», quella con la S maiuscola, che occupa pagine sui libri a testimonianza di quanto è accaduto. Oltre, apparentemente, non è possibile andare.

Ma in realtà qualche volta anche la Storia viene superata da sé stessa. Si trasforma, si trasfigura, diventa leggenda. Accade raramente, ma quando succede non servono più i libri o i filmati: perché a raccontarla, la leggenda, sono i nonni, i padri, i figli che a loro volta diventano padri e nonni. A formare una catena infinita che non si interrompe mai.

Il Rally di Montecarlo del 1972 è leggenda. Una leggenda con la coppia Munari – Manucci dentro l’abitacolo e la scritta «Lancia – Italia» sul muso di una Fulvia HF 1600 destinata alla sconfitta e portata invece a uno dei più straordinari trionfi nella storia dell’automobilismo. Non buttiamola via, questa leggenda. Non proviamo vergogna nel raccontarla, raccontarla e a raccontarla ancora. Senza paura di ripetere sempre gli stessi particolari, perché questa è la sola chiave che apre le porte dell’immortalità.

Parliamo delle Porsche, con 270 cavalli sotto il cofano. Parliamo delle Alpine, 200 chili più leggere della Fulvia e presenti alla partenza con ben sei equipaggi: una vittoria che la Francia non poteva e non voleva lasciare a nessuno. E poi parliamo della 1600 HF di Munari e Mannucci: appena 160 cavalli e troppi chili addosso per poter ambire a un risultato importante.

Raccontiamo del Drago, il miglior pilota da Rally che abbia mai impugnato un volante, al cui fianco sedeva il Maestro, il miglior navigatore che abbia mai compilato e letto le note per la corsa. Raccontiamo di come, contro ogni pronostico e ogni logica, la Fulvia numero 14 sia rimasta aggrappata al suo sogno resistendo tenacemente alle spalle delle Alpine e delle Porsche, con una terza posizione che riempiva di meraviglia gli addetti ai lavori. Una terza posizione che Munari e Mannucci avevano conquistato metro su metro, chilometro su chilometro, spostando il limite del possibile oltre l’impossibile.

Ripetiamo fino all’infinito che quel terzo posto avrebbe fatto la Storia, quella con la S maiuscola, che tutti avrebbero scritto pagine di elogio per un’impresa inimmaginabile. Più di così non era umanamente possibile.

Ricordiamo che l’ultimo atto era la prova speciale del Col de Turini: una strada per muli camuffata sotto una lama d’asfalto che, ancora oggi, viene inserita nell’elenco delle strade più pericolose del mondo. Tornanti uno dietro l’altro: infiniti come le ruote di un ingranaggio, cattivi come solo la montagna sa essere quando non vuole che si risalgano i suoi fianchi. E se tutto questo ancora non bastasse, in quella notte di fine gennaio ecco arrivare la pioggia, la neve, il gelo. Ecco le strade diventare lastre di vetro, le ruote perdere aderenza, i piloti incapaci di mantenere la traiettoria, i navigatori accecati dalla tormenta e in difficoltà a leggere le note, a dare indicazioni precise al proprio compagno.

Tutto questo accadeva sulle Alpine, con la meccanica distrutta da quella prova oltre ogni limite. Tutto questo accadeva sulle Porsche, schiantate sui fianchi della montagna vittime della loro stessa potenza.

Una disfatta per tutti, non per Sandro Munari e Mario Mannucci: la vecchia, vecchissima Fulvia restava aggrappata al ghiaccio, scaricava a terra i suoi 160 cavalli come se fossero stati il doppio, seguiva senza un solo sbandamento le mani sicure del Drago e la voce tranquilla del Maestro. Saliva e scendeva i fianchi del terribile Turini, danzava sui tornanti, si buttava in discesa come un falco pronto a ghermire la preda.

Ed ecco all’improvviso la strada farsi pianeggiante, i tornanti addolcirsi, il buio della notte lasciar posto alle luci dell’alba. La natura, dopo aver scatenato tutto il suo arsenale di gelo e tempesta, capisce che in cima al Monte c’è lei, la piccola Fulvia HF con il numero 14 e la scritta Munari-Mannucci sui fianchi. E dice basta. Basta con i fulmini e i tuoni, basta con il ghiaccio e la neve. Quando la Storia diventa leggenda anche la natura si inchina, si ferma a rendere omaggio. E come per incanto regala a quella piccola macchia rossa e nera con due grandi fanaloni sul muso una delle più belle giornate di sole che si possano immaginare: è il 28 gennaio del 1972, il Montecarlo per la prima volta parla italiano.

Raccontiamola questa storia, senza stancarci mai. Ripetiamola all’infinito. Ricordiamola a chi dice che la storia non fa vendere auto, spiegandogli che dopo quella vittoria le linee di produzione della Fulvia, chiuse per «fine carriera», furono riaperte per fronteggiare le migliaia di richieste che arrivavano da tutto il mondo. Altre 50mila macchine, altri cinque anni di lavoro per centinaia di operai. Altro che fine carriera.

Io ho coronato il mio sogno: la mia Fulvia HF 1600 è una copia fedele di quella di Munari-Mannucci. La uso come testimonianza di quali grandi obiettivi l’uomo possa raggiungere quando genio, coraggio e cuore lo spingono verso il traguardo. La guido con rispetto, rispondo al saluto della gente, mi fermo tutte le volte che me lo chiedono: e racconto, senza trascurare nulla, la storia del Montecarlo 1972. I più curiosi sono i bambini: capiscono che è una macchina da corsa, ma restano abbagliati dalla differenza rispetto alle auto di oggi. Già, altra classe: al di là del tempo.

L’ultimo a fermarmi, pochi giorni fa, è stato Luca: sei anni di curiosità pura e, a sentire la mamma, una passione irrefrenabile per le auto da corsa. L’ha presa alla larga, ma dopo qualche minuto era seduto al posto di guida impegnato in una personalissima prova speciale da fermo. Ha voluto sentire la storia, tutta la storia, e quando sono arrivato alla notte del Turini mi ha guardato preoccupato. Il suo sguardo allegro si è fatto serio e per la prima volta mi ha interrotto:

«Ma… alla fine… cos’hanno fatto Sandro e Mario?».

«Hanno vinto Luca… hanno vinto!».

«Lo sapevo che erano i più forti!». E via, di nuovo con il sorriso sul volto e le mani strette sul volante, verso quel Montecarlo che anche lui non dimenticherà mai più.

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