
Tutto è iniziato lì, nel gennaio del 1972, sui tornanti arcigni e innevati del Col de Turini. Con una Fulvia HF troppo vecchia, troppo pesante e troppo poco potente per poter vincere. Eppure capace di trionfare, contro ogni pronostico e contro ogni ragionevole speranza, guidata dalla coppia d’oro Munari-Mannucci. Un Rally di Montecarlo duro, come sempre nella tradizione della corsa monegasca, ma quell’anno ancor più incattivito dalle condizioni del tempo.
Pioggia, neve e ghiaccio. Strade scivolose come saponette. E poi le rivali: le Alpine padrone di casa e le Porsche dalla potenza straripante, pronte a contendersi un successo annunciato. Certo, Sandro Munari era un fenomeno alla guida, «Il Drago» capace di imprese impossibili. E al suo fianco Mario Mannucci, che era un fenomeno come navigatore, «Il Maestro» riconosciuto da tutti.
Eppure possibilità zero, con quella piccola vetturetta da 1600 di cilindrata portata a 160 cavalli con tutta la fatica e la fantasia dell’ideatore del suo motore a V stretto, un certo Ettore Zaccone Mina rimasto sempre nell’ombra insieme ai meccanici della squadra corse. Quel motore lo aveva disegnato nel salotto di casa, perché in azienda non gli avevano permesso di svilupparlo in orario di lavoro. Le corse non erano gradite ai piani alti.
A sorpresa, in quel gennaio del 1972, la Fulvia HF numero 14 di Munari-Mannucci era rimasta aggrappata alle prime posizioni della classifica. Controllo orario dopo controllo orario, prova speciale dopo prova speciale: i rivali non riuscivano a scrollarsela di dosso. E alla vigilia del tratto decisivo, sul temibile Col de Turini, era ancora lì: lo stupore di tutti si era a poco a poco tramutato in timore, in paura che «Il Drago» facesse il miracolo, che «Il Maestro» gli segnalasse senza errori le traiettorie vincenti.
Ma no dai, impossibile: soprattutto con quel gelo polare, con il ghiaccio sulla strada, con il buio della notte a proteggere il vantaggio delle Alpine e delle Porsche. Impossibile, ma vero: un tornante, due, tre. Le ruote della Fulvia che restano incollate a terra, che all’uscita dalle curve prendono incredibilmente slancio per ripartire ancora più forte. Munari che pennella le traiettorie, Mannucci che anticipa ogni rischio. Un miracolo. Un capolavoro che resterà per sempre nella storia dell’automobilismo.
Il 28 gennaio del 1972 tutto è finito: al traguardo non ci sono le Alpine, con la meccanica distrutta da una prova troppo difficile. Non ci sono le Porsche, finite fuori strada senza riuscire a controllare la potenza del motore. In vetta al Monte c’è lei, la vecchia Fulvia HF 1600 di Munari-Mannucci. La vittoria più grande, più straordinaria, più inimmaginabile nella storia del rallysmo.
Tutto è iniziato lì: senza quella vittoria molto probabilmente non ci sarebbero state le Stratos e le Delta. Non ci sarebbe stata l’epopea della Lancia dominatrice del mondiale. Non ci sarebbe stata una storia, una grande, grandissima storia, che è rimasta nel cuore di molti, anche se l’elefantino simbolo della squadra corse anni dopo è stato costretto a fare da badante a una city car. Non ci sarebbe stata la prosecuzione della produzione della Fulvia Coupé, con altre 50 mila vetture vendute quando ormai era stata decisa la chiusura degli impianti. Non ci sarebbe stato nulla.
Le automobili diventano leggenda quando il genio di chi le progetta trova pieno compimento nel cuore di chi le porta alla vittoria. La leggenda della Fulvia HF nasce dal genio di Ettore Zaccone Mina e dal cuore di Sandro Munari e Mario Mannucci. A loro, e a tutti gli uomini che hanno fatto grande la Lancia, è dedicato questo articolo.
P.S. Qualche collega, nei giorni scorsi, mentre si svolgeva l’edizione 2016 della corsa monegasca ha parlato di Miki Biasion come «specialista» del Rally di Montecarlo. Aggiungendo che se un appassionato pensa a una vittoria italiana in quel Rally la mente corre subito a lui e alle sue due vittorie nel 1987 e 1989. Ferma restando la classe e la grandezza di Biasion, su cui nessuno discute, è giusto ricordare che «Il Drago» di Montecarlo ne ha vinti quattro (1972, 1975, 1976, 1977). E che nessuna vittoria in quella gara, per qualsiasi appassionato di qualsiasi nazionalità, potrà mai avvicinarsi all’impresa di Sandro Munari e Mario Mannucci con la Fulvia HF numero 14.
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