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Questo articolo è stato pubblicato il 24 novembre 2014 alle ore 16:53.
L'ultima modifica è del 24 novembre 2014 alle ore 20:18.

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Il Segretario di Stato americano John Kerry stringe la mano al ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif (Afp)Il Segretario di Stato americano John Kerry stringe la mano al ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif (Afp)

Troppo grande il rischio di un fallimento, troppo complicato un accordo e quindi, come previsto, si va a un ennesimo rinvio dei negoziati sul nucleare iraniano, fino al 30 giugno 2015. Manca la volontà politica dell'Occidente, affermano a Teheran, forse sarebbe più giusto dire che le parti non sono abbastanza forti per decidere. Ma per capire questi tormentati negoziati, iniziati 12 anni fa, la logica non basta. Stati Uniti e Iran, insieme ai partner del Cinque più Uno di Vienna, restano quindi avvinghiati a una lunga ed estenuante trattativa perché il fallimento completo sarebbe stato una dura sconfitta per coloro che hanno investito di più in un'intesa.

Da una parte l'amministrazione Obama, rappresentata dal segretario di Stato John Kerry, dall'altra il presidente iraniano Hassan Rohani e la corrente dei pragmatici uscita vittoriosa dalle elezioni del 2013 ma costantemente nel mirino dei radicali.
Indebolito in maniera sostanziale dalle elezioni di midterm, Barack Obama è esposto al tiro incrociato dell'opposizione interna del Congresso, che non controlla, e a quello degli avversari esterni all'accordo, in primo luogo Israele e l'Arabia Saudita, due pilastri degli Usa in Medio Oriente.

Obama annaspa e lo si percepisce nettamente anche dalle dimissioni del segretario alla Difesa Chuck Hagel: la politica estera americana in generale e quella in Medio Oriente in particolare sono in alto mare, tra l'incerta lotta al Califfato, il naufragio dei negoziati arabo-israeliani e una regione in fiamme dove gli stati si sgretolano e le vecchie alleanze scricchiolano.

Un fallimento sarebbe costato caro anche a Rohani che ha ricevuto dalla Guida Suprema Alì Khamenei la delega a negoziare ma certo non carta bianca. Un insucessso avrebbe avuto conseguenze assai negative per l'Iran impantanato in una grave crisi economica e con le quotazioni del petrolio in ribasso. Ha quindi accolto con un sospiro di sollievo il rinvio e allontana, almeno per il momento, il rischio di nuove sanzioni. Resta quindi in vigore l'accordo ad interim del novembre del 2013 fino al 30 giungo 2015, nuova scadenza del negoziato: l'Iran quindi continuerà a ricevere circa 700 milioni di dollari al mese dei suoi beni congelati, in gran parte proventi dalle vendite di petrolio. Una sorta di “mancia” per incoraggiare i moderati del regime e dare una mano a Rohani e al suo conciliante ministro degli Esteri Javad Zarif. A Teheran i falchi sono sempre in agguato, pronti ad accusare Rohani di avere svenduto il diritto dell'Iran di essere una potenza nucleare.

Questo rinvio alimenta qualche ottimismo ma potrebbe avere conseguenze negative. Stati Uniti e Iran restano sulle stesse posizioni, non aumentano le chance di normalizzazione dei rapporti bilaterali e neppure quelle di ottenere a breve delle intese sulla lotta al Califfato e la stabilizzazione dell'Afghanistan. Ma soprattitto la debolezza degli attori in campo rischia si trasformare la proroga in un pericoloso stallo diplomatico. Speriamo di essere smentiti.

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