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Questo articolo è stato pubblicato il 01 dicembre 2014 alle ore 06:36.
L'ultima modifica è del 01 dicembre 2014 alle ore 06:46.

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«La bellezza di Ravenna è soprattutto una bellezza criptica. In nessun luogo del mondo, neppure in Oriente, l’arte del mosaico si spiega con un ciclo così completo e con tale perfezione».

È il 1955. Guido Piovene scrive il suo celeberrimo “Viaggio in Italia”. A Ravenna riserva pagine di estasi pura, e per un attimo abbandona la sua scrittura sorvegliata per svelare al lettore l’emozione che prova di fronte a «un ciclo di affreschi che mi mette in uno stato di esaltazione: quei gorghi d’oro, quegli azzurri stellari, fiumi di fuoco e nuvole ultraterrene ci rappresentano un’alta vicenda celeste». I sepolcri di Galla Placidia e San Vitale, il battistero neoniano e degli ariani, e poi Sant’Apollinare in Classe oscillano tra la dimensione metafisica e quella spirituale. «Un luogo di una bellezza sovrumana», osserva un visitatore uscendo da Galla Placidia, una processione interminabile di turisti cosmopoliti con gli occhi all’insù e il volto illuminato di gioia. Ravenna va in fuga nella classifica sulla qualità della vita, togliendo lo scettro a Trento, Bolzano, Trieste, Belluno, le estreme propaggini orientali del Bel Paese quasi sempre ai vertici delle graduatorie, ma soprattutto a Bologna, la storica rivale emiliana incoronata nel 2011.

Ravenna è la quintessenza dell’italianità, un pezzo di Romagna genuina e un compendio di storia nazionale: ultima roccaforte dell’Impero romano e capitale dei regni barbarici. E poi il rifugio di Dante Alighieri, il padre errante della lingua italiana che qui scrisse la seconda parte del Paradiso e trovò ricovero eterno dopo le sue peripezie terrene.

Vince Ravenna ed è come se vincesse l’Italia intera, tanto questa città e la sua provincia sono la sintesi di un intero Paese, dei suoi primati e dei suoi smottamenti, tradotti plasticamente da un primo posto incontrastato nella qualità dei servizi (sanità e asili nido) accoppiato al 103° posto nell’ordine pubblico (rapine, borseggi, truffe). Un testa coda che si svela al visitatore non appena si lascia alle spalle l’ingresso della stazione ferroviaria. Con i giardini Speyer trasformati nel laboratorio di un’integrazione che si cementa e sgretola ogni giorno. A Ravenna gli immigrati regolari superano il 12% della popolazione, una delle percentuali più alte in Italia. Forse è per questo che i social network tracimano di invettive nei confronti degli stranieri, incistati nei loro negozi multietnici a cavallo del fascio di binari che taglia in due la città. Nella città dei mosaici la percezione della realtà muta tessera dopo tessera. Se i giardini Speyer sono una zona franca (in gennaio un tunisino ha aggredito il sindaco Fabrizio Matteucci), il Lido di Adriano, con il 40% di popolazione straniera, è il luogo di una sperimentazione continua. Le associazioni culturali “Il lato oscuro della costa” e “Libra” provano a intrecciare creatività e periferie con un programma a base di musica rap, poesia, teatro e fotografia. La colonna sonora è quella dei bambini di 50 nazionalità diverse che fondono le loro lingue e dialetti in canzoni e filastrocche.

Ravenna è una città aperta e multiculturale. La testimonial di questa multiculturalità è l’assessore alla Cultura Ouidad Bakkali, madre berbera e padre marocchino. Ouidad è una ragazza di 24 anni allenata a muoversi in ambienti ostili («La prima volta in cui mi sono sentita straniera? Il giorno della mia nomina ad assessore», racconta Ouidad riferendosi alla strumentalizzazione politica che scatenò la sua cooptazione). I ravennati l’hanno conosciuta poco a poco. Ma certo non è stato facile far digerire alla città un ruolo di questa rilevanza affidato a una giovane donna e per giunta straniera negli anni della candidatura a capitale europea della cultura. Ha vinto Matera, ma a Ravenna è rimasto un patrimonio di idee e di progetti messo in moto dal tre volte assessore alla Cultura, predecessore della Bakkali e direttore del comitato organizzatore, Alberto Cassani, e dal suo braccio destro Nadia Carboni. Una sovrapposizione, quella tra politica e vertice del comitato organizzatore, che ha fatto storcere il naso a parecchi romagnoli. La commissione esaminatrice ci ha messo il carico da novanta, criticando la scelta di affidare a un gruppo di giovani artisti locali la direzione artistica: «Volevamo valorizzare i nostri ragazzi con una gestione collettiva sul modello delle esperienze di Riga e Liverpool, avremmo scelto il direttore artistico all’indomani della designazione» racconta l’ex assessore alla Cultura.

Sarebbe ingrato sminuire le intuizioni di Ravenna, prima città tra le 18 concorrenti a candidarsi nel lontano 2007 dopo un viaggio di Cassani a Lille. Rimangono i progetti messi a punto in questi anni, primo tra tutti la trasformazione urbana della Darsena e dei suoi docks solcati dal canale Corsini, un luogo simbolo riconquistato dalla città solo negli ultimi mesi e con il contributo decisivo della candidatura europea. La Regione guidata fino a luglio scorso dal romagnolo Vasco Errani, dimissionario dopo una condanna per falso ideologico, era pronta a puntare sull’operazione Darsena una parte consistente dei 440 milioni necessari al ridisegno dell’area. Un impegno cui dovrebbe tener fede il neosuccessore Stefano Bonaccini, eletto governatore la settimana scorsa in un mare di astensionismo. La Darsena è un progetto determinante per la città che si aspettava di spiccare il volo con la nomination europea. È andata male, e ora lo scafo del Moro di Venezia di Raul Gardini issato su un telaio di fronte agli uffici della Guardia costiera, traduce l’attesa di una città che nel 2016 sceglierà il nuovo primo cittadino.

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