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Dossier Ripartire dal fabbisogno di nuovi docenti di ruolo

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    Dossier | N. 22 articoliIl dibattito sull’Università - 40 anni persi

    Ripartire dal fabbisogno di nuovi docenti di ruolo

    (Agf)
    (Agf)

    L’intervento di Dario Braga sul Sole 24 Ore del 20 luglio sottolinea una caratteristica peculiare del dibattito italiano sull’Università, l’enfasi costante, per non dire ossessiva, sulle politiche e i problemi del reclutamento e dello stato giuridico dei docenti in tutte le forme: i concorsi, prima di tutto, ma anche struttura della carriera accademica, fuga dei cervelli, meccanismi (e percentuali) di promozione, percorsi straordinari quali le cattedre Natta, scatti stipendiali. Problemi, sia chiaro, non trascurabili, a partire dall’ultimo, dove spicca un trattamento penalizzante rispetto a tutte le altre situazioni del pubblico impiego. Problemi, però, che lasciano poco spazio ad altri, e che differenziano non poco il dialogo su questi temi rispetto ad altri Paesi. In Francia si discute molto, oggi, delle grandi aggregazioni tra atenei, soprattutto quella parigina che ha dato vita all’ambizioso progetto di Paris Sciences et Lettres, subito emersa come attore importante sulla scena internazionale. Continua, in Germania, l’iniziativa di “eccellenza”, che, con varie modifiche in corso d’opera, ha iniettato risorse ingenti nel sistema e ha prodotto trasformazioni importanti. Nel Regno Unito il tema all’ordine del giorno sono le tasse universitarie, determinante nelle elezioni di giugno. Di reclutamento e annessi e connessi si parla poco o nulla, o perché i sistemi sono collaudati da tempo e le modifiche non sono oggetto di legislazione nazionale in quanto demandate alla libera determinazione dei singoli atenei, o perché sono nel complesso modeste. Anche nei Paesi in cui la carriera universitaria ha un fondamento, però, si parte da una constatazione realistica: che il numero di aspiranti è ineluttabilmente molto superiore a quello dei posti disponibili. Ad ogni tappa: tra laureati e dottorandi, tra dottori di ricerca e figure pre-ruolo, tra queste e i titolari di posizioni a tempo indeterminato, o ancora tra abilitati a ruoli superiori (per esempio associati con abilitazione da ordinario) e chiamati in quel ruolo. Non potrebbe essere altrimenti, data la natura selettiva e competitiva della carriera, e infatti non è mai stato altrimenti. Chi oggi decanta le virtù dei posti di ricercatore a tempo indeterminato dimentica che l’età media di ingresso si aggirava sui 38 anni, certificando quindi un lungo precariato pre-ruolo. Intanto il sistema continua a ingarbugliarsi tra pulsioni opposte. Se per esempio si vuole davvero abbreviare il percorso tra dottorato e posto di ruolo bisognerebbe accorciare la durata di assegni e posti di ricercatore a tempo determinato, ma negli ultimi anni si è fatto esattamente il contrario.

    Una visione realistica del problema dovrebbe partire da una determinazione del fabbisogno di nuovi professori di ruolo basata sul numero complessivo degli iscritti e sui cosiddetti requisiti minimi di docenza (è singolare, per inciso, che questi siano considerati più un intralcio che non un’opportunità di crescita). Il fabbisogno, recenti riduzioni a parte, si aggira sulle 2mila unità. Anche se lo si volesse (in ipotesi) raddoppiare, escluderebbe quasi la metà dei circa 7mila dottorandi di ricerca che ogni anno ricevono una borsa di studio, per non parlare dei loro colleghi di annate precedenti o di eventuali arrivi dall’estero. Suddivisa per singole discipline, la quota nazionale diventa minima, in molti casi 2-3 posti all’anno, quando non uno solo, all’anno da Bolzano a Catania. Questo andrebbe spiegato con molta chiarezza a chi vuole iscriversi a un dottorato, non per scoraggiare, ma per delineare uno scenario compatibile con i dati di realtà.

    È vero però che il problema “quantitativo”, in Italia, è usualmente oscurato da quello della trasparenza. Sarebbe ovviamente più facile accettare che le proprie chance di successo sono quelle che sono se si fosse ragionevolmente sicuri che, nei vari passaggi obbligati, vince davvero il migliore. Nei giorni scorsi ha attratto molta attenzione la lettera di addio alla prospettiva di una carriera accademica di un ricercatore precario vicino ai quarant’anni. Da un punto di vista statistico, nulla di sorprendente, né nel sistema attuale né in quelli precedenti, e infatti non sono i numeri a generare l’amarezza dell’addio, ma una sequela di decisioni in cui fattori non scientifici sembrano aver prevalso.

    Non c’è governo o quasi che non abbia messo mano al reclutamento, con provvedimenti più o meno organici e più o meno sensati, per non dire dei numerosi interventi parlamentari ad hoc sparsi qua e là tra una finanziaria e un decreto di conversione. È ormai perfino inutile constatare che l’ingeneria, o sarebbe forse meglio dire l’alchimia concorsuale, nulla possono quando i problemi di fondo sono di altra natura. Sarebbe l’ora di prenderne atto e semplificare al massimo le procedure per eliminare la distanza tra la teoria di un sistema formalmente ipernormato e una realtà che quando vuole prende comunque altre strade.

    Ma è ancora più urgente provare, per una volta, ad avviare un dibattito sull’Università e la ricerca a prescindere da questi temi. Parliamo prima d’altro: degli studenti, visto che gli abbandoni sfiorano un terzo degli iscritti e i meccanismi di finanziamento restano confusi e parziali; della geografia universitaria, prima che il brain drain interno da Sud a Nord diventi irreversibile; di come il sistema può tutelare le esigenze formative di un’Università di massa con la necessità di investire su settori e centri di punta. È partendo da temi come questi, se non altro, che si riconquistano l’attenzione e il rispetto del Paese.

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