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Dossier La valutazione e i suoi costi

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    Dossier | N. 22 articoliIl dibattito sull’Università - 40 anni persi

    La valutazione e i suoi costi

    (Fotolia)
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    Il dibattito sul sistema universitario che si è sviluppato su questo giornale nelle ultime settimane fornisce preziosi spunti di riflessione su temi importanti. Intervengo su due argomenti: il reclutamento e i costi della valutazione.

    Come hanno spiegato nei loro interventi Dario Braga e Daniele Terlizzese, l'accesso dei docenti all'università ha un inevitabile elemento di cooptazione. Nel nostro sistema le procedure concorsuali cercano di introdurre elementi di oggettività, determinando però eccessivi vincoli che attenuano la responsabilità di chi effettua le scelte, come rilevato anche da Gaetano Manfredi. Passare alla cooptazione esplicita attribuendo ampia libertà di scelta agli atenei come avviene nei migliori sistemi universitari presenta però il rischio, sottolineato da Terlizzese, che in mancanza di incentivi adeguati si accentuino il localismo e la chiusura del nostro sistema universitario. Per risolvere questo problema, la soluzione che favorirei è quella proposta nel suo intervento da Gianni Toniolo: attribuire agli atenei un diverso grado di autonomia in base alla qualità da essi raggiunta nello svolgere i propri compiti istituzionali. Grazie ai passi avanti della valutazione nel nostro sistema universitario, il riconoscimento di diversi livelli di qualità non è più così arbitrario come nel passato. Concretamente, si potrebbe concedere maggiore autonomia agli atenei che abbiano conseguito congiuntamente un buon risultato nell'esercizio VQR, che valuta la qualità della ricerca, e nel Rapporto di accreditamento periodico, che esamina il sistema di assicurazione della qualità con particolare riferimento all'organizzazione della didattica e ai suoi risultati (una funzione dell'ANVUR che molti continuano a sottovalutare, ma di cui grande è l'importanza).

    Più in generale, mi sembra che il contesto istituzionale in cui si trovano a operare le università sia di nuovo in disequilibrio. La riforma Gelmini del 2010 aveva introdotto il sistema di valutazione per bilanciare l'autonomia attribuita agli atenei dalla riforma Ruberti del 1989, spesso mal utilizzata. La valutazione ha fatto progressi, consolidandosi, affinandosi e responsabilizzando gli atenei. Adesso è essenziale fare nuovi passi in avanti nella direzione dell'autonomia, per consentire agli atenei di competere ad armi pari con le migliori università estere. Per lo stesso motivo è inoltre indispensabile un aumento delle risorse pubbliche destinate al settore, inferiori di oltre 5 punti percentuali al loro livello nel 2000, in termini reali.

    Sul sistema di valutazione, la cui gestione è affidata all'ANVUR, gli interventi sono stati per lo più positivi, temperati dall'invito, molto giusto, a proseguire nell'affinamento dei metodi e delle procedure. In un caso si è però sostenuto che il sistema è troppo costoso rispetto ai suoi benefici, con particolare riferimento all'esercizio periodico (VQR) in cui si valuta la qualità della ricerca. Le cifre relative all'ultima VQR, realizzata essenzialmente nel 2016 e in cui si è valutato il periodo 2011-14 raccontano però un'altra storia.

    Quali sono le principali spese legate alla VQR 2011-14?
    Si tratta soprattutto dei rimborsi degli oltre 13.000 studiosi coinvolti nella valutazione dei 100.000 prodotti di ricerca presentati, dei costi di IT e di acquisto delle banche dati internazionali. Questi oneri sono stati sostenuti dal Consorzio CINECA, a fronte di un finanziamento del MIUR stabilito in un decreto nel 2014 e pari a 7,5 milioni. CINECA rendiconta annualmente le spese all'ANVUR, che ha coordinato l'esercizio; una valutazione esatta sarà quindi disponibile per il prossimo Rapporto biennale dell'Agenzia.

    A questi oneri vanno aggiunti quelli sostenuti dall'ANVUR stessa. Viste le altre attività svolte (si veda al riguardo il sito istituzionale) si può attribuire alla VQR circa 1 milione, ossia un sesto del costo complessivo dell'Agenzia per il contribuente nel 2016.

    Infine, si deve tener conto degli oneri per gli atenei, che hanno dovuto presentare i due lavori migliori di ciascun loro professore o ricercatore. In base ad un sondaggio informale con alcuni responsabili di ateneo coinvolti nell'ultima VQR, una stima di larga massima dell'onere per un ateneo di medie dimensioni dovrebbe aggirarsi intorno a 60.000 euro: un quinto per circa tre mesi di lavoro di un'unità di personale amministrativo; un altro quinto per l'ottimizzazione nella selezione dei prodotti (alcuni atenei hanno fatto ricorso a fornitori esterni, altri hanno direttamente effettuato le elaborazioni); il resto, corrispondente a circa 4 mesi di lavoro di un professore ordinario, riguarderebbe l'impegno del personale docente con responsabilità sulla VQR. Non ho ovviamente considerato l'impegno dei professori e ricercatori nel tenere aggiornata la lista delle proprie principali pubblicazioni, un'attività che dovrebbe prescindere dalla VQR. Trattandosi del secondo esercizio, è ragionevole pensare che gli oneri siano stati largamente inferiori a quelli sostenuti nel primo; aggiungo che è possibile ridurre ancora questi oneri e che l'ANVUR, per quanto gli compete, ha intenzione di operare affinché questo accada. Per le 96 università che hanno partecipato alla VQR, la spesa dovrebbe essersi quindi collocata intorno ai 6 milioni di euro.

    Complessivamente, la VQR 2011-14 è quindi costata al sistema universitario circa 14 milioni, che sono serviti a ripartire quest'anno quasi 1.230 milioni, l'80% della quota premiale del fondo di finanziamento ordinario delle università. Lo stesso è avvenuto nel 2016 e avverrà nei prossimi tre anni, dato che l'esercizio d'ora in avanti avrà cadenza quinquennale. I risultati della VQR sono stati inoltre utilizzati per selezionare i cosiddetti dipartimenti eccellenti, per i quali la legge di bilancio per il 2017 ha previsto un programma quinquennale di finanziamenti pari annualmente a 271 milioni.

    In conclusione, l'ultima VQR costa annualmente al sistema universitario circa 3 milioni ed è utilizzata per ripartire tra gli atenei 1,5 miliardi; è senz'altro possibile ridurre gli oneri, ma è difficile sostenere che essi siano eccessivi rispetto alla potenziale utilità dello strumento, che naturalmente va al di là dei benefici derivanti dai soli incentivi monetari.

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