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Dossier | N. 73 articoliIl reddito di cittadinanza

Reddito di cittadinanza, i potenziali conflitti d’interesse del superconsulente Parisi

Con la presentazione “orgogliosa” del vicepremier M5S Luigi Di Maio e del premier Giuseppe Conte è partito il nuovo sito del reddito di cittadinanza, dove dal 6 marzo potranno cominciare a essere inoltrate le domande per chi punta a ottenere il sussidio da fine aprile-inizio maggio. Ma sull'operazione incombono due nodi: il ruolo di Mimmo Parisi, il professore di Demografia e statistica dell'Università statale del Mississippi scelto da Di Maio per la presidenza dell'Anpal e per questo a rischio conflitto d'interessi, e la sicurezza del sito, desumibile dai codici sorgente e dalla privacy policy.

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Parisi - classe 1966, origini pugliesi (è nato a Ostuni, in provincia di Brindisi) - è il superconsulente che ha aiutato il ministero del Lavoro a progettare il reddito di cittadinanza. Non è chiaro dove sia scoccata la scintilla con Di Maio, che sostiene di averlo conosciuto alla Camera. Farina del sacco di Parisi è comunque la app “Mississippi Works” che, usando i big data, incrocia domanda e offerta di lavoro e che è di proprietà del centro di ricerca Nsparc (National Strategic Planning and Analysis Research Center) della Mississippi State University, diretto da Parisi. Si tratta della stessa applicazione che il Governo vuole adattare all'Italia.

Qui cominciano i problemi, che riguardano tanto l’incarico che Parisi si appresta ad assumere quanto la natura del “travaso” della sua creatura informatica nel sistema del reddito di cittadinanza. Innanzitutto lo statuto di Anpal prevede l’incompatibilità tra l'incarico di presidente e altri rapporti di lavoro subordinato pubblico o privato, nonché con qualsiasi altra attività di lavoro autonomo, anche occasionale, che possa entrare in conflitto con gli scopi e i compiti dell'Agenzia. A rigor di logica, dunque, il professore dovrebbe rinunciare al suo lavoro negli Usa o almeno chiedere l'aspettativa per arrivare alla presidenza Anpal (il presidente della Repubblica deve controfirmare il decreto di nomina, che ora è all’esame della Corte dei conti). Così aveva fatto il suo predecessore, Maurizio Del Conte, ottenendo dalla Bocconi un’aspettativa triennale. Ma, interpellato in audizione alla commissione Lavoro del Senato, Parisi non ha fornito chiarimenti sulle sue decisioni. Dal M5S ostentano tranquillità.

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Ma la questione si complica anche con riferimento al software di Parisi e a come il ministero del Lavoro vi ricorrerà: dovrà farlo comprare? E potrà farlo senza bandire una gara? Il decreto legge su reddito e quota 100, all'articolo 6, comma 8, recita: «Al fine di attuare il Rdc anche attraverso appropriati strumenti e piattaforme informatiche che aumentino l'efficienza del programma e l’allocazione del lavoro, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali può avvalersi di enti controllati o vigilati da parte di amministrazioni dello Stato o di società in house, previa convenzione approvata con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali». Inevitabile pensare ad Anpal Servizi, che è appunto una società in house (quella che riceverà in dote 500 milioni per l’assunzione di 6mila “navigator”, altra figura importata dal Mississipi) con il presidente Anpal nel ruolo di amministratore unico. Il corto circuito è evidente: Parisi dovrà acquisire la sua app? Sulle modalità e sui costi è ancora buio pesto.

Il sito svelato da Di Maio nulla ancora svela e tra gli esperti solleva più di una perplessità quanto alla protezione dei dati. Secondo Matteo G.P. Flora (il fondatore di The Fool, società italiana che si occupa di reputazione online e tutela di reputazione e asset digitali), il portale www.redditodicittadinanza.gov.it «regala dati a Google (fuorilegge)». Flora segnala come la specifica sulla privacy policy pubblicata sul sito in basso a destra non si riferisce al dominio del portale, ma rimanda al dominio Lavoro.gov.it. E nell’informativa completa pubblica - tra i soggetti che potrebbero recuperare dati - YouTube, Twitter, Facebook e Instagram. Le comunicazioni di dati a soggetti extra Ue devono essere adeguatamente notificate. Ma, continua Flora, il codice sorgente della home page del sito richiama Google Webfonts (segnalato esplicitamente da Google come “data controller”) e Microsoft Azure. «Per i non addetti ai lavori – spiega Flora – il ministero ha deciso di “regalare” i dati di navigazione degli utenti a un ente terzo, per di più extra Ue: Google». Anzi, a due. Pure il debunker David Puente segnala su Open il pericolo: che il sito appena sbarcato sul web sia già nella condizione di poter subire un esposto al Garante della privacy.

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