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Milan, questione di cuore: Gattuso lascia rinunciando allo stipendio

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il tecnico dimissionario

Milan, questione di cuore: Gattuso lascia rinunciando allo stipendio

Gennaro Gattuso non è un uomo aduso alle convenienze. La sua carriera calcistica e soprattutto quella da allenatore sono state costellate da numerose prove in cui ha dimostrato la sua indole “romantica” in cui l'amore per il calcio, per la maglia, per il sacrificio, hanno spesso preso il sopravvento sull'interesse economico. Gattuso è una sorta di Highlander di un calcio d'antan, in cui i sentimenti non sanno cedere il passo alla razionalità del proprio portafoglio. Il passo indietro e le dimissioni con cui ha lasciato la panchina del Milan, rinunciando a due anni di stipendio garantito, lo hanno reso improvvisamente un “eroe” in quello stesso mare magnum del web in cui in questi mesi si erano riversati sul suo operato e sulla sua persona fiumi di bile e insofferenza da parte del cosiddetto popolo rossonero.

Un popolo che ora gli tributa l'onore delle armi e ne acclama l'esemplare condotta. Il nobile gesto di Ringhio non è il primo. Nel 2014 aveva rassegnato le dimissioni dall'Ofi Creta, la sua prima panchina, denunciando l'irresponsabilità della società. «Dopo la pausa natalizia - raccontò in un drammatico sfogo - parecchi calciatori non si sono presentati agli allenamenti e altri hanno manifestato la stessa intenzione, se non verranno loro garantiti gli stipendi. Rimanere ancora, senza alcuna reale prospettiva di evitare il naufragio societario e sportivo sarebbe stato poco dignitoso e soprattutto poco rispettoso verso la gente di Creta. Avevo già segnalato per tempo pubblicamente, prima col famoso sfogo dello scorso mese di settembre e poi con le dimissioni di ottobre rientrate per volontà dei tifosi, la deriva in atto. Mi ero convinto che fosse possibile arginarla, raddoppiando la fatica e un impegno già totalizzante. Non immaginavo che i problemi sarebbero ulteriormente aumentati. Mi dispiace tantissimo per la gente di Creta, che non merita tutto questo, e per l'isola, dove con la mia famiglia e con i miei collaboratori mi sono trovato benissimo. Ho lottato con tutte le mie forze per l'Ofi, senza lesinare l'impegno anche economico: non soltanto non ho percepito tutti gli stipendi, ma ho pagato di tasca mia alcune spese del club. Tuttavia non è questo il punto. Io sono abituato a combattere, come testimonia tutta la mia carriera sportiva, e l'attaccamento alla maglia è da sempre il mio credo: intendo trasmetterlo ai calciatori che alleno. Purtroppo stavolta mi sono dovuto arrendere: l'attuale situazione va ben oltre le mie forze».

Frasi che hanno tracciato il “manifesto” del calcio “gattusiano” che non cede ai compromessi e non guarda al proprio particulare. Non se ne curò a Creta, il campione del mondo del 2006, e non se curerà due anni dopo a Pisa. Stesse scene di una società che, ritornata in Serie B sotto la sua guida dopo 7 anni, annaspa finanziariamente, di giovani calciatori senza ingaggi che si compattano attorno al proprio totem, al condottiero che anziché badare alle proprie sostanze le devolve alla causa.

Quasi 50mila euro di assegni
Dopo una sconfitta con il Cittadella dei “suoi ragazzi”, Gattuso mette le cose in chiaro con i giornalisti che gli domandano del risultato: «Sapete cosa mi dà veramente fastidio? Avere gente di 50 anni che piange perché non sa come pagare il suo mutuo. Devo far finta di non vedere la gente che lavora senza contratto, oppure il mio staff che non prende lo stipendio da febbraio e ha famiglia. Quanto può durare tutto questo? Se ci manca una cassa di acqua ci deve pensare il sottoscritto, altrimenti i ragazzi bevono dalla fontana». E a un cronista che gli domanda di due infortuni muscolari subiti “dai suoi ragazzi” dopo appena 10 minuti risponde a muso duro: «Abbiamo fatto Pisa-Padova in 10 ore di pullman, siamo arrivati a destinazione alle dieci di sera, il giorno prima della partita. Senza contare tutte le tensioni che abbiamo passato nei giorni precedenti. Non credo che gli infortuni muscolari siano stati un caso, anzi». E giura che se le cose dovessero andare male sarà l'ultimo a lasciare la barca. «Società? Quale? – e il suo j'accuse al sistema - Parlare di questa gentaglia qua… basta. Sembra che i fallimenti di grandi società come Parma, Padova o Venezia non siano serviti a nulla. Vedete Cittadella? Un comune di ventimila abitanti dove tutto funziona ottimamente. Si chiama competenza, si chiama calcio. Quando vuoi fare calcio non devi chiedere i soldi ai bambini piccoli: loro devono pensare solo a divertirsi, non a mettere soldi. Sono altri che devono metterli. Ma niente da fare: chi sta dall'altra parte non possiede valori. Basta personaggi squallidi. Il calcio deve essere una cosa seria».

Il calcio deve essere una cosa seria. Firmato Ringhio Gattuso.

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