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Usa-Ue: prima il diritto poi il commercio

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Europa

Usa-Ue: prima il diritto poi il commercio

Nel corso della settimana passata due avvenimenti di straordinaria importanza hanno allontanato dalle prospettive dell’ordine mondiale un tentativo imponente di ristrutturazione dei mercati. Si tratta di analizzare la sorte di due acronimi, per lo più quasi ignorati dai mezzi di comunicazione italiani, ma a proposito dei quali, da tempo, ferveva un acceso dibattito internazionale. Orbene, gli acronimi sono il TPP (Trans Pacific Partnership) e il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Le identiche caratteristiche dei due Trattati consistono nel fatto che i dettagli degli accordi sono in larga parte segreti, e comunque non definitivi; inoltre, il diktat è che in ogni caso bisogna arrivare in grande fretta ad una decisione da parte degli organismi politici interessati.

Il TPP riguarda un Trattato di libero scambio e investimenti fra gli Usa e 11 Paesi del Pacifico (esclusa per ora la Cina). Il TTIP concerne gli Stati Uniti e l’Unione Europea. La politica della fretta esclude ormai qualsivoglia approfondimento, con le conseguenze che risultano sempre più evidenti. Nell’un caso, come nell’altro, si trattava di porre le nuove basi per un “ordine giuridico della globalizzazione” che Robert Reich, il noto autore di Supercapitalismo, ha qualificato come: “Corporate coup d’état” (Colpo di Stato delle multinazionali).

Finalmente risulterebbero liberate dalle tariffe e dai limiti imposti nei vari Paesi e all’interno dell’Unione i principali settori di deregolamentazione, fra i quali: i farmaceutici, le apparecchiature mediche, i cosmetici, i tessili, i prodotti chimici, i pesticidi, i prodotti finanziari e, soprattutto, l’energia e le materie prime, tenendo in particolare conto di ciò che la tecnologia ha di recente prodotto nel settore energetico. Basti pensare che le esportazioni di idrocarburi dagli Usa fino a qualche anno fa erano assolutamente irrilevanti, mentre a partire dal 2013 il petrolio, il gas naturale, i prodotti petrolchmici sono divenuti la singola più importante categoria di esportazione degli Stati Uniti, sorpassando i prodotti agricoli, gli strumenti finanziari, i trasporti.

Per ciò che riguarda l’energia e le nuove tecnologie di cui gli Stati Uniti sono all’avanguardia – come la fratturazione idraulica per produrre il gas di scisto (shale gas) – potrebbero essere smantellati divieti e moratorie nazionali per la loro applicazione, già bandita per rischi ambientali, ad esempio in Francia. Uno dei problemi principali del Trattato concerne in particolare gli standard relativi alla sanità del cibo. Al riguardo, uno studio commissionato dal Parlamento europeo all’Ecologic Institute sui rischi del TTIP nelle aree dell’ambiente e della sanità del cibo ne ha rivelato la gravità, confermata dal parere di Jeromin Capaldo della TUFTS University (http://ase.tufts.edu/gdae).

Le conclusioni che deriverebbero dall’applicazione del TTIP sono inquietanti; la più allarmante è il paradosso di una riforma politica diretta a favorire la disintegrazione nella Ue, con una perdita immediata approssimativamente di 600.000 posti di lavoro e un periodo di maggiore instabilità nell’intera Europa. Inoltre la sottoscrizione del Trattato rinforzerebbe il trend di diminuzione di influenza della quota del lavoro sul Pil, portando ad un trasferimento di reddito dai salari ai profitti, con conseguenze sociali ed economiche pericolose. A tutto ciò non sarà difficile aggiungere le recenti dichiarazioni del premio nobel Paul Krugman, secondo il quale la liberazione del commercio non aiuta per nulla l’immediato problema del mondo, la domanda inadeguata, così come non c’è nessuna ragione perché debba aumentare la spesa totale (http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/01/19/suspicious-nonsense-on-trade-agreements/).

E poiché il tema della sanità del cibo accomuna i due Trattati, mi risulta molto singolare e strano che delle polemiche aperte sull’argomento in tutti i Paesi Ue e negli Usa, proprio l’Expo, che in questo momento si tiene a Milano e che in questi giorni accoglie la visita di tutti i capi di Stato e delle loro delegazioni, non ne abbia fatto un centro di discussione importante, con esperti da tutto il mondo, per il futuro dell’alimentazione nel pianeta. Non vorrei che dovessimo concludere l’esame dei Trattati con le parole usate da Mark Bittman sul New York Times: «Più sfruttamento del lavoro, meno regolamentazione pubblica della salute, maggiori facilitazioni nella produzione di cibi inutili e dannosi – questa non è la direzione nella quale l’economia globalizzata deve andare).

Ma ancora più inquietanti appaiono le dichiarazioni al Parlamento europeo fatte il 6 maggio 2015 dal Commissario al Commercio Cecilia Malmström, a proposito di una proposta che sarebbe inserita nelle trattative sul Trattato, e che riguarda, al fine di togliere ogni fastidiosa ambiguità alle sovranità dei governi degli Stati membri, la creazione di una Corte competente a decidere i possibili conflitti scaturenti dall’applicazione del Trattato, costituita da arbitri nominati congiuntamente dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, con qualifiche pari a quelle dei giudici. Questa Corte dovrebbe anche avere come parte permanente un meccanismo multilaterale d’appello, ad evitare possibili conflitti con altre Corti, ad esempio la Corte di giustizia della Comunità o, magari, la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Se la tendenza recente dell’Unione europea andava verso un’ulteriore liberalizzazione economica, nel disprezzo totale dei diritti dei cittadini europei, con la creazione di un diritto senza fonte e senza norme, è certo un caso che mercoledì scorso la maggioranza del Parlamento di Strasburgo, di fronte a più di sessanta emendamenti su questo TTIP, abbia convinto il Presidente Schulz a rinviare il voto a data da destinarsi. Per una volta anche in Europa non sono le lobby delle multinazionali a influenzare un diritto sempre più evanescente. Incredibilmente venerdì scorso il Congresso americano ha rigettato, contro la volontà del Presidente, il TPP, bocciando, con il voto dei democratici, quella parte della legge che prevedeva l’assistenza a coloro che perdevano il lavoro a seguito del Trattato di libero scambio, impedendo così al Presidente di presentare un testo del Trattato da sottoporre al Congresso, senza facoltà di proporre emendamenti. È finalmente questo un risveglio importante della democrazia europea, che va a pari passo con quella americana.

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