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Dai big data al food, la mappa dei 128 nuovi corsi di laurea

di Eugenio Bruno

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3' di lettura

L’Italia contemporanea rischia di passare alla storia come il Paese dei tanti mismatch. Almeno nel campo dell’istruzione. Si comincia presto, già tra i banchi, con gli studenti delle superiori che superano l’esame di maturità con tassi del 99% ma arrivati alla fine del quinto anno (come emerge dai risultati degli ultimi test Invalsi) in un caso su tre non capiscono neanche l’italiano. E si prosegue subito dopo il diploma, con una disoccupazione giovanile stabilmente al di sopra del 30% e le imprese che faticano a trovare i tecnici richiesti. Ultimo testimone in ordine di tempo: l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, che ha parlato di 5-6mila lavoratori “irreperibili”.

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Ma questo discorso riguarda inevitabilmente anche l’università italiana. Con tassi di occupabilità, a tre anni dalla laurea, più bassi di oltre 20 punti rispetto alla media Ue e quattro laureati su dieci che svolgono un lavoro per cui basterebbe la maturità. Un fenomeno su cui Il Sole 24 Ore ha deciso di tenere accesi stabilmente i riflettori e che si arricchisce oggi di un focus sulle scelte formative degli atenei. I quali sembrano essersi resi conti dell’aria che tira e cominciano ad adeguare, seppur lentamente, l’offerta alla domanda: su 128 lauree dichiarate accreditabili dall’Anvur per il prossimo anno accademico un quarto riguarderà, in generale, le discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). E, in particolare, le nuove frontiere del digitale: dai data science all’intelligenza artificiale, dal cyber risk al food engeneering.
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Il doppio gap dei laureati

Che il nostro Paese resti penultimo per numero di laureati, alle spalle della sola Romania, è noto. Che occupi la stessa piazza anche per i tassi di occupazione a tre anni dal titolo lo è forse un po’ meno. Ma le statistiche di Eurostat fugano ogni dubbio. Nella Ue a 28 gli under34 dotati di un titolo di alta formazione e impiegati nei 36 mesi successivi alla laurea sono l’85,5% del totale; da noi appena il 62,8 per cento. Peggio fa solo la Grecia con il 59. Tant’è che per avvicinarsi alla media e superare a loro volta l’80% i nostri giovani devono aspettare che siano trascorsi cinque anni dalla laurea.
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A gettare ombre ulteriori ci pensa l’Istat che dedica un focus del suo rapporto annuale 2019 al mismatch dei giovani laureati e alla «sovraistruzione». Una situazione che, secondo l’Istituto di statistica, attanaglia il 42% dei 20-34enni attualmente occupati. E non è solo un problema di sbocchi sul mercato del lavoro perché dopo sei anni la quota di sovra-istruiti rispetto al lavoro svolto supera ancora il 40 per cento. I più penalizzati sono i laureati a indirizzo socio-economico e giuridico (54,4%) davanti all’area umanistica e dei servizi(47,7). Laddove si scende a uno su tre (34,5%) per le lauree in discipline scientifiche Stem e a uno su cinque per le scienze della salute.
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Le proposte delle università

Qualche luce in fondo al tunnel si vede. Sia perché le matricole l’anno scorso sono tornate molto vicine a quota 300mila (su cui si veda Il Sole 24 Ore di lunedì 24 giugno), sia perché gli studenti cominciano a privilegiare le aree a più alto tasso di occupazione, ad esempio le scientifiche, a discapito di quelle più sature (in primis giurisprudenza). E in parte sembrano essersene accorte anche le università. Almeno a giudicare dalle proposte di nuova attivazione che hanno ottenuto il “via libera” dell’Agenzia di valutazione Anvur e aspettano ora l’accreditamento del ministero. Su 128 nuove lauree in arrivo nell’anno accademico 2019/2020, 33 riguardano le discipline Stem. Altre 16 invece l’ambito sanitario e 14 il trittico turismo-arte-food.

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Tra corsi interclasse, lauree in inglese e insegnamenti in tutto in parte a distanza il menù delle novità si annuncia ricco. E anche il presidente dell’Anvur, Paolo Miccoli, la pensa così: «C’è una nutrita presenza di corsi abbastanza innovativi con attenzione in particolare agli aspetti di Ingegneria territoriale, di Scienze nutrizionali e agroalimentari, oltre a un buon numero di corsi in lingua inglese. Tutto sommato credo che gli atenei abbiano saputo intercettare sia l’importanza degli esiti occupazionali ma anche le nuove tendenze tipo Artificial Intelligence, Design, Gestione dati». Con quale riscontro lo scopriremo nelle prossime settimane quando le iscrizioni entreranno nel vivo

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