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Il clandestino di Betlemme

di Gianfranco Ravasi

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21 Dicembre 2008

Nell'ultimo periodo della sua vita, Renato Guttuso che aveva una casa anche a Velate nei pressi di Varese, fu invitato ad affrescare una delle cappelle del percorso che saliva al famoso Sacro Monte di quella città. Gli fu affidata la scena della "Fuga in Egitto", un tópos dell'iconografia cristologica, ed egli decise di raffigurare Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù come una famiglia di profughi palestinesi, spauriti, costretti ad abbandonare la loro casa errando nel deserto (oggi si dovrebbe pensare a quel drammatico esilio in patria che è la situazione degli abitanti di Gaza). Il popolo ebraico, a cui Gesù era legato secondo la carne e il sangue, si autodefiniva nella Bibbia come una comunità di «forestieri e pellegrini», tant'è vero che aveva codificato questa straordinaria normativa su cui dovrebbero riflettere anche molti legislatori sedicenti cristiani: «Vi sarà una sola legge sia per il nativo sia per lo straniero residente in mezzo a voi... Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli dovrete far torto, ma lo tratterete come colui che è nato fra voi; l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto» (Esodo 12, 49; Levitico 19, 33-34).

Ora, se leggiamo i 48 versetti dei primi due capitoli del Vangelo di Matteo, la tradizionale retorica natalizia si sfarina per lasciare intravedere una trama cupa: Gesù nasce in una grotta-stalla, è deposto non in una culla ma in una mangiatoia, si affaccia subito l'incubo di una repressione sanguinaria (la "strage degli innocenti") e la famigliola deve imboccare la via della clandestinità, riparando nel confinante Egitto. Come è evidente, è tutt'altro che artificiosa l'applicazione delle tormentate storie degli immigrati, dei nomadi, dei clandestini che occupano i nostri giornali alla vicenda del bambino Gesù di Betlemme. Potremmo dire che l'ombra della croce si proietta già sui primi giorni di vita di quel neonato e non stupisce che la scuola pittorica di Novgorod, a partire dal XV secolo, non abbia esitato a unire quei due estremi insanguinati, raffigurando il piccolo Gesù avvolto in fasce funerarie e deposto in una culla a forma di sarcofago!

Secoli dopo, un poeta cristiano cinese, costretto anche lui alla clandestinità in quanto perseguitato, Ai Qing (1910-1996), celebrava con questi versi il Natale del 1936: «Dalla mangiatoia vengono lamenti che strappano il cuore. / Con innumerevoli dita / la folla segna la fanciulla-madre / sprezzata come immondizia, / nessuno è disposto a portarle un catino per il sangue». Il pensiero va a certe madri straniere (ma non solo...) che partoriscono da sole, nascostamente, spargendo il loro sangue per terra e strappando malamente il cordone ombelicale. Lasciamo per ora questi paralleli, che pure dovrebbero far riflettere credenti e agnostici, e ritorniamo al testo matteano che citiamo nella sua essenzialità, lontana mille miglia – come vedremo – dall'enfasi miracolistica dei Vangeli apocrifi.

«Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato mio figlio» (2,13-15). Queste scarne parole evangeliche sono più preoccupate di offrire un'interpretazione teologica di quella fuga che non di documentarne e motivarne le pur reali componenti storiche (è questa una caratteristica generale dei Vangeli e in particolare dei cosiddetti "Vangeli dell'infanzia di Gesù" presenti nei capitoli 1-2 di Matteo e di Luca). Infatti con la citazione finale desunta dal profeta Osea (11,1) – «Dall'Egitto ho chiamato mio figlio» – si vuole alludere a quell'evento capitale della storia dell'Israele biblico che fu l'esodo dall'oppressione faraonica: Cristo ne ripercorre emblematicamente le tappe, incarnando sofferenza e salvezza, oppressione e liberazione, emigrazione e rimpatrio. Così, più avanti risuonerà in Egitto questo appello rivolto al padre legale di Gesù, Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e ritorna nel paese di Israele perché sono morti coloro che volevano la vita del bambino» (2, 20).

Sullo sfondo storico c'è, dunque, la figura del famoso re Erode, la cui biografia – che può essere ricostruita attraverso lo storico Giuseppe Flavio – fu scandita da grandi successi politici, ma anche da un implacabile pugno di ferro nel sedare ogni minimo accenno di opposizione. Macrobio, storico romano del V secolo, attribuirà ad Augusto un detto riguardante Erode: presso costui erano più fortunati i porci (non commestibili per gli Ebrei) di quanto lo fossero i figli (in greco le due parole hanno un suono affine), perché Erode aveva liquidato figli, mogli e parenti, sospettati di tramare alle sue spalle. L'Egitto, confinante con la Palestina, costituiva un'ideale terra di esilio: già nel X secolo a. C., l'allora ribelle (e futuro re di Israele) Geroboamo, era riparato là per sfuggire alla polizia di Salomone.

  CONTINUA ...»

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