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Lo Stato c’è e nella lotta alle mafie batte i suoi colpi

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Attualità

Lo Stato c’è e nella lotta alle mafie batte i suoi colpi

Polizia e Procura di Palermo hanno onorato la memoria del giudice Giovanni Falcone e svelato la trama dell’operazione Maqueda nel giorno in cui l’Italia si è fermata a ricordare il sacrificio di cinque servitori dello Stato.

Un’operazione in cui batte non solo la capacità e la professionalità di investigatori e magistrati ma anche la sensibilità di un’associazione, Addiopizzo, che ha accompagnato le vittime di Cosa nostra, questa volta straniere, verso un percorso di fiducia e collaborazione con lo Stato.

Il matrimonio di intenti tra società e Istituzioni (attivissime in questa indagine con la Squadra mobile che ha alimentato il fuoco della collaborazione delle vittime) è l’unico in grado di garantire risultati duraturi nella prevenzione della violenza mafiosa.

Un matrimonio di intenti che si è ripetuto quando, davanti a migliaia di studenti collegati da tutta Italia con l’aula bunker di Palermo, è stato letto il messaggio inviato dal capo dello Stato Sergio Mattarella a Maria Falcone.

Un matrimonio che si è rinnovato, più o meno nelle stesse ore, nel corteo antimafia di Sant’Agata di Militello (Messina), organizzato dai sindaci dei Nebrodi e dalla Federazione antiracket italiana, per esprimere solidarietà al presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci vittima di un attentato che non è andato a segno.

Lo Stato e le sue articolazioni battono dunque i colpi accanto a chi, in questi ultimi mesi è rimasto in piedi. Mai come a cavallo tra il 2015 e il nuovo anno, infatti, l’antimafia sociale, quella che vive di simboli – giornalisti, professionisti, imprenditori, politici – è stata disgregata e ridotta brandelli da polemiche, sceneggiate, trame occulte, denunce, contro denunce e indagini della magistratura che dovranno presto far luce per la credibilità della lotta alle mafie e di alcuni dei personaggi coinvolti.

Mai come in questi ultimi mesi, il volto giudiziario e processuale ha fatto, fa e farà da apripista, accompagnamento e coda a questo XXIV anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Le vicende che escono dalle aule di giustizia – ultima quella che ha visto per la seconda volta assolti il prefetto Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu – vengono purtroppo utilizzate come gabbie chiuse per allestire incontri a mani nude tra fazioni contrapposte, pronte a darsele di santa ragione nel nome della “vera antimafia”. La vera antimafia sarebbe quella di chi rimane in piedi nella gabbia, magari pesto, sanguinolento e magari moribondo ma, tant’è: il vincitore prende tutto.

Mai, infine, come in questi ultimi mesi l’ombra del boss Matteo Messina Denaro, uccel di bosco da appena 22 anni, incombe sulla memoria delle stragi mafiose. Tra chi non esclude (come i pm di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e l’ex capo della Procura di Palermo Francesco Messineo) che possa essere addirittura nascosto dalla “ndrangheta” e chi non esclude che goda di protezioni insospettabili (come il pm palermitano Maria Teresa Principato), la sua latitanza e la rete di tutele occulte, fanno capire che tanto la prevenzione quanto la repressione delle mafie devono fare ancora molti passi avanti.

A maggior ragione se si seguono le tracce delle indagini che corrono lungo l’asse Palermo-Reggio Calabria-Roma-Firenze-Venezia, ben descritte dal Gip di Reggio Calabria Barbara Bennato nella recente indagine Fata Morgana: «Si viene a realizzare una sorta di interfaccia stabile fra centri di potere attivi e dediti alla gestione occulta delle principali dinamiche di governo dell’economia e della politica e l’associazione mafiosa, che porta alla costituzione di una struttura di potere di cui l’associazione di tipo mafioso è parte e della quale si giova per mantenere inalterato il suo potere e, se possibile, accrescerlo».

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