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Natura, Storia e il lavoro dell’uomo, il distillato della…

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A TAVOLA CON Giannola e Benito Nonino

Natura, Storia e il lavoro dell’uomo, il distillato della «ricetta Nonino»

«Ero bambina. Mio papà Luigi stava chiudendo la sua fabbrica di aratri e nella notte sentii mia mamma Tina bisbigliargli: “Gigi, le bimbe crescono, frequenteranno un buon collegio a Udine, saremo in grado di affrontare queste spese?”. Mio papà la rassicurò: “Vivono gli uccelli dell’aria, campano i fiori del prato, ce la faremo anche noi”». Questa è Giannola. «La natura non accetta compromessi. Tu devi adeguarti alla natura». Questo è Benito. Sono i Nonino. Sono due imprenditori. Sono una famiglia. Sono italiani.

C’era stata la guerra. C’è stata la pace. Gli aratri di Luigi – il ramo di Giannola – non si vendevano più con la meccanizzazione dell’agricoltura e la ditta sarebbe diventata una fabbrica di mobili in ferro. La grappa – il ramo di Benito – è stata per secoli una bevanda povera – da contadini e da alpini – ed è stata trasformata da loro due in un fenomeno popolare ed elitario, economico e – grazie al premio letterario fondato nel 1975 – culturale.

A Ronchi di Percoto, a pochi chilometri da Udine, in una sera fra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, mentre sgranocchio scampi dorati nebulizzati con la loro Grappa Monovitigno Moscato, mi rendo subito conto che oltre a me, Giannola e Benito, ci sono altri due commensali silenti: la Natura appunto – perché il successo dell’impresa Nonino è basato sul suo rispetto religioso, calibrato con la lavorazione artigianale – e la nostra Storia, quella che passa e quella che non passa, l’oggi e il domani, nella specifica versione di una Italia contadina che, da un borgo, riesce ad arrivare – con la buona fortuna destinata agli umili e ai perseveranti – ovunque nel mondo.

Giannola ha le sembianze di un diavolo buono. I suoi capelli sono di un rosso radioattivo. Gli occhi color nocciola. Il ciuffo da adolescente – mentre assaggiamo il prosciutto d’Osvaldo con mostarda di fichi e la Grappa Monovitigno Picolit – ogni tanto le balza sul volto, quasi spinto verso l’alto e verso il basso dalle parole rapide e fluviali che escono dalle sue labbra. Benito, invece, dice poche misurate cose: ha la faccia di pietra morbida che hanno i contadini italiani, la durezza della vita mitigata dal saper fare le cose e dal riuscire – una volta alla settimana, non tanto di più – a ridere di gusto, il silenzio e lo stare appartati come metodo di comprensione del mondo prima che come identità individuale.

Parlano e sbuffano, si sorridono e si guardano di sottecchi, iniziano un mezzo litigio e poi si riappacificano come due giovani fidanzati, loro che sono sposati dal 1962. Giannola procede come guidasse un trattore fra i filari e Benito infastidito allora si alza e se ne va, ma poi torna. Insieme hanno la stessa animosità non urticante e la stessa dolcezza non eccessiva che si trovano nelle “Baruffe Chiozzotte” di Carlo Goldoni.

A un certo punto – mentre passiamo al risotto di scampi, naturalmente, alla Grappa Riserva invecchiata cinque anni – Giannola descrive il loro primo bacio, emblema degli anni Cinquanta e della loro – della nostra – innocenza di quel tempo: «Ero andata a prendere il latte, Benito mi offrì un passaggio in macchina sulla sua Fiat 1100, andammo nel boschetto in fondo al paese, ci mettemmo a chiacchierare, e poi ci fu la magia del primo bacio, un’emozione indimenticabile che ho augurato a Cristina, Antonella e Elisabetta, le nostre figlie, e che ora auguro ai nostri otto nipoti». E, a quel punto, mi sembra di essere in una commedia intitolata “Baruffe Percote” perché Benito diventa rosso, occlude leggermente le mascelle, dice a mezza voce «queste cose non si dicono» ed esce di scatto dalla stanza.

Nella loro storia è racchiusa l’anima del Paese, con le sue delicatezze personali. E si trova la nostra Storia pubblica, dell’essere italiani. Le nostre tragedie e i nostri nodi non sciolti e – spesso – nemmeno allentati. Il padre di Benito – non a caso Benito – si chiamava Antonio. Era un socialista mussoliniano. Fu denunciato ai partigiani da un suo amico. Lo portarono via. Non sarebbe più tornato. «Ricordo tutto di quel giorno – dice Benito – e ricordo quello che, dopo poco tempo, fece mia madre Silvia. I tedeschi vennero a casa. Le chiesero se sapesse chi fosse stato. Lei lo sapeva. Ma disse che non avrebbe detto il suo nome: “È già stato versato troppo sangue, e nessuna altra morte mi restituirà mio marito”».

Ringrazio come un dono il racconto di una questione privata fatta da un uomo che di norma parla poco. Vedo Benito turbarsi per un attimo e – poi – tornare qui e ora, con una forza e una presenza silenziosa lambite ma non sovrastate dal carattere torrenziale e spumeggiante della moglie. Il rombo portato in tavola dal cuoco Massimiliano Sabinot è delicatissimo. E, assorbita l’emozione della memoria di Benito, mi viene da pensare che, davvero, questa loro complementarietà è una delle ragioni dello sviluppo dell’impresa.

Oggi la Nonino fattura 15 milioni di euro all’anno e ha 40 addetti fissi, più 18 stagionali. «Siamo piccoli – dice Benito – ma la dimensione corrisponde alla nostra natura. Se volessimo aumentare i ricavi, sarebbe semplice. Ma snatureremmo lo stile rigoroso di produzione perdendo il controllo di tutto il processo». La grammatica della grappa ha regole ferree. E i Nonino hanno definito il nuovo alfabeto di questo prodotto, fin dalla decisione – nel 1973 – di ottenerla da un singolo vitigno, distillando separatamente le vinacce dell’uva Picolit. Dal 1975, hanno reimpiantato lo Schioppetino, il Pignolo e la Ribolla Gialla, antichi vigneti friuliani sull’orlo dell’estinzione. Dal 1984 hanno distillato l’uva intera creando l’acquavite d’uva. Mentre Benito mi spiega con la precisione vigorosa del fabbro che lavora il ferro ogni fase in distilleria e ogni passaggio della riconquista – durata anni, perdurante ancora – degli antichi filari alla causa della grappa, Giannola è suadente nella descrizione di una delle innovazioni dei Nonino: il pricing, la cosa più difficile del mondo, fissare il valore delle cose e poi persuadere gli altri a riconoscertelo. Intanto, all’assaggio della Ùe Gran Riserva Nonino 27 Years, la testa inizia a girarmi.

In questo prisma che è insieme imprenditoriale e familiare e che unisce i borghi del contado italiano alle città globali incastonate nei mercati internazionali, la prima faccia è la grappa e la seconda faccia è il premio letterario che, con facoltà quasi rabdomantica, ha premiato cinque personalità che, in seguito, avrebbero ricevuto il Nobel: per la pace Rigoberta Menchù; per la letteratura V.S. Naipaul, Tomas Tranströmer e Mo Yan; per la fisica Peter Higgs.

La lista degli artisti premiati e coinvolti nella giuria – poeti e scrittori, cineasti e musicisti – è infinita e scintillante. Con molti di loro i Nonino hanno creato una vicinanza e una umanità che sono durate tutta la vita, come con l’amatissimo Claudio Abbado e come con l’enigmatico Leonardo Sciascia che – ospite per due mesi nella casa di famiglia di Giannola – scrisse qui “Il Cavaliere e la Morte”. Benito mi mostra una loro fotografia, con Sciascia e la moglie Maria, i nipotini Vito e Fabrizio: «A loro ho insegnato a giocare a calcio. Le mie figlie, una sera a cena, hanno sentito Leonardo e Claudio Magris conversare della letteratura del Novecento». A quel punto Giannola interviene: «Una cosa meravigliosa». E Benito chiude il discorso: «Sì».

Questa lista si è composta negli anni con le intuizioni e le malie di Giannola. Dovreste vedere Benito che osserva amorevolmente ammirato la moglie che mi racconta di Jorge Amado. «La casa editrice mi diede il suo numero di casa di Bahia. Ero convinta che, in Brasile, parlassero spagnolo. E, non so perché, pensavo che lo spagnolo fosse simile al nostro dialetto. Lo chiamai e dissi tutto di un fiato: “Son Giannola Nonino, gavemo fatto un premio e la giuria la ga deciso de assegnarlo a Jorge Amado ma el deve vignir in Friul a ritirarlo”. Dall’altra parte del filo, una voce mi rispose in veneto: “E mi sono Zelia Gattai. Son de Pieve di Cadore e sono la moglie di Jorge. Ghe digo subito che vignimo: mi, Jorge, Paloma e João Jorge, i nostri fioi”». Un dialogo che quasi trasfigura le due donne – Giannola e Zelia – in due personaggi che potrebbero tranquillamente stare in una pagina di “Gabriella garofano e cannella”, ma veramente “That’s life, funny as it seems”, come canta Frank Sinatra in sottofondo a questa nostra cena, in questa Percoto che Claude Levi-Strauss definì in una intervista al Corriere della Sera «il più esotico dei miei viaggi».

Il finale della cena, con una torta al cioccolato e delle crêpes flambées all’amaro Nonino, è degna di un “Pranzo di Babette” in Carnia. Li guardi, li ascolti e li senti, con la percezione amplificata dalla grappa. Giannola e Benito. La loro alchimia è anche l’alchimia di una impresa. È l’alchimia dell’essere italiani, con tutta la sfrontata mitezza di cui siamo capaci. Agricoltori e cittadini del mondo, pieni di paure e senza timore di nulla, gli affari – la grappa trasformata in una piccola Louis Vuitton del beverage internazionale, direbbero gli analisti e i banchieri che impazzirebbero per mettere le mani su questo piccolo, piccolo gioiello – e la cultura. Tutto inestricabile e tutto fuso insieme. Come la storia di Giannola e Benito, con lei che gli dice – ancora di fronte a un estraneo – «ma mi hai mai amato?» e lui che, di fronte a un estraneo, si scurisce in volto «e smettila una buona volta» e, poi, torna a sorriderle come quel giorno nel boschetto di Percoto.

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