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Questo articolo è stato pubblicato il 01 ottobre 2014 alle ore 08:38.

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Cavalleria
Una delle accuse più frequenti che mi muovono quando dico che sono femminista è che “noi donne” vogliamo l'uguaglianza solo quando ci fa comodo, mentre esigiamo nel resto dei casi il buon vecchio trattamento preferenziale accordatoci in base al nostro status di sesso debole. Cioè, mi accusano di voler continuare ad avere uomini che mi aprano le porte, mi scansino le sedie, mi paghino la cena, la birra, i biglietti, mi portino i fiori. Che se desidero cose tipo comprare la pillola del giorno dopo in farmacia, non dovrei lamentarmi se la cavalleria è morta. Io sarei ben felice che fosse morta, o agonizzante, o almeno immersa in un sonno comatoso assieme ad Arthur Pendragon e agli amici suoi, sotto una collina in qualche angolo lugubre e umido della campagna inglese.

Certo che aprire la porta per qualcuno che viene subito dopo di te è una cosa sensata: l'alternativa è sbattergli la porta sul muso. Ma infilarsi rapidamente fra una donna e la maniglia della porta che quella stava per aprire da sola impiegando una frazione di secondo, consumando zero calorie è... cosa? Uno di una serie di piccoli gesti vagamente protettivi, sottilmente dominanti, che non sono veramente utili a nessuno, e servono solo a ribadire un certo stato di cose: io sono un uomo e tu sei una donna. Pensaci. Lui ci sta pensando. Accogliere queste piccole attenzioni sembra non avere nessuna conseguenza, ma a volte equivale a dire che sì, anche io gioco secondo quelle regole, trovo che abbiano un senso. Che poi: sono in grado di pagare per il mio cibo, quindi non c'è alcun motivo per cui qualcun altro mi debba offrire la cena. Almeno amici maschi e fidanzati vari e eventuali sanno per certo che se passo del tempo con loro è per il piacere della loro compagnia, non per la pizza gratis. F.F.

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