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Il mercato dell’alluminio trema per le sanzioni americane alla Russia

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forniture rusal a rischio

Il mercato dell’alluminio trema per le sanzioni americane alla Russia

(Afp)
(Afp)

Prima i dazi sulle importazioni Usa, ora il giro di vite alle sanzioni contro la Russia, che colpisce in modo particolarmente duro Rusal. Il mercato dell’alluminio nel giro di un paio di settimane è stato gettato nel caos dalle politiche di Donald Trump, con ricadute che rischiano di essere pesanti in tutto il mondo e non solo nei Paesi presi di mira da Washington.

Le reazioni sui listini nella giornata di ieri rivelano tutti i timori degli investitori, alimentati dall’incertezza sulla portata delle misure, soprattutto quelle adottate venerdì contro una serie di oligarchi russi e società ritenute legate al Cremlino. Rusal, parte dell’impero di Oleg Deripaska, ha dimezzato la capitalizzazione di Borsa a Hong Kong e trascinato in ribasso il listino di Mosca, bersagliato in modo diffuso dalle vendite. L’alluminio intanto ha preso il volo al London Metal Exchange, spingendosi fino a 1.244 dollari per tonnellata (tre mesi), con un balzo di quasi il 5%.

Le numerose esenzioni ai dazi del 10% sull’alluminio, benché temporanee, avevano dato un po’ di tregua al mercato. Ma il nervosismo è tornato con le sanzioni contro Mosca. Rusal è infatti il maggior produttore mondiale del metallo al di fuori della Cina, con 3,7 milioni di tonnellate nel 2017, pari al 5,8% dell’offerta totale secondo dati della stessa società: forniture che adesso rischiano di diventare off limits non solo per gli americani.

L’interpretazione delle sanzioni Usa presenta ancora degli aspetti poco chiari e senza dubbio darà del filo da torcere ai legali di tutto mondo. Ma c’è un aspetto in particolare che sta preoccupando: il dipartimento del Tesoro Usa non solo ha vietato a cittadini ed entità americani di «intrattenere relazioni commerciali» con le società e gli individui inclusi nella blacklist, ma ha avvertito che anche i non americani «possono essere colpiti da sanzioni per aver consapevolmente facilitato transazioni significative».

Il dubbio è che anche la compravendita di metallo targato Rusal possa essere giudicato una «transazione significativa». Ed è un dubbio che non fa dormire sonni tranquilli.

La società russa, che realizza oltre il 40% del fatturato in Europa, ha scritto ai clienti di tutto il mondo per chiedere la «sospensione immediata di ogni pagamento fino a nuovo avviso», rivela Bloomberg. «Stiamo lavorando intensamente – prosegue la lettera – per assicurare continuità al nostro business».

I problemi maggiori riguardano la svizzera Glencore, che non solo possiede l’8,75% di Rusal, ma ha un accordo, che scadrà a breve, per distribuire il suo alluminio: un contratto i cui dettagli non sono mai stati resi noti, ma che secondo il Metal Bulletin riguarda 14,5 milioni di tonnellate di metallo nell’arco di 7 anni, tra il 2012 e il 2019.

L’alluminio di Rusal è ovunque, ovviamente anche nei magazzini del Lme, che per ora se ne lava le mani: la borsa londinese ha chiarito fin da venerdì che non cambierà le specifiche del metallo consegnabile, perché spetta a ciascun utente «determinare se un certo marchio è accettabile o meno».

Comunque vada a finire, è chiaro che ci saranno importanti smottamenti sul mercato. Come minimo le forniture di Rusal agli Usa (700mila tonnellate di alluminio l’anno scorso) dovranno cercare una nuova destinazione e non è facile prevedere dove potranno approdare.

I problemi peraltro non riguardano solo l’alluminio. Il colosso russo è anche un importante fornitore di allumina (con 10,6 milioni di tonnellate, il 6,3% del mercato) e di bauxite, grazie a una capacità estrattiva di 17,4 milioni di tonnellate, circa il 4% dell’offerta globale. In Italia è proprietario di Eurallumina, raffineria sarda di bauxite ferma dal 2009, che in teoria sarebbe pronta a riaprire per garantire rifornimenti all’ex Alcoa di Portovesme, anch’essa prossima al riavvio dopo essere stata rilevata dalla svizzera Sider Alloys.

La stessa Rusal, in un comunicato alla Borsa di Hong Kong, ha affermato che «da una valutazione iniziale è molto probabile che ci sarà un impatto notevolmente avverso sulle attività e sulle prospettive del gruppo». In particolare le sanzioni potrebberlo spingerla verso il default tecnico su alcune obbligazioni, un’eventualità di cui non riesce ancora a stimare l’impatto e che l’ha spinta a rinviare la presentazione del bilancio.

Un comunicato molto simile è stato diffuso anche dalla controllante En+. La holding, con attività anche nella generazione elettrica, è invece quotata a Londra, dove ha perso quasi il 50% in due sedute. A scatenare le vendite è anche l’imposizione a tutti i cittadini ed entità americani di dismettere entro il 7 maggio qualsiasi interesse nelle società russe interessate dalle nuove sanzioni.

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