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La cura Obama per l’industria ha molto da insegnare all’Italia

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Industria

La cura Obama per l’industria ha molto da insegnare all’Italia

piÙ innovazione

Servono strutture

di trasferimento tecnologico specializzate e ancorate al territorio

Quando si parla di politica industriale (ormai sarebbe meglio dire “politica dell'innovazione industriale”) ogni Paese mette a fuoco la sua visione identificando le sue specifiche priorità in base a storia, vocazioni, risorse. Mi pare interessante, da questo punto di vista, ciò che stanno facendo gli Stati Uniti per rivitalizzare l'industria manifatturiera e rilanciare la loro capacità innovativa.

Dgli inizi di gennaio, nel Tennesse è operativo il quinto istituto del National Network for Manufacturing Innovation. Altri tre seguiranno a breve. Caratteristica fondamentale di questi hub regionali (ma di interesse e portata nazionali) è quella di concentrare, ciascuno in una specifica area tecnologica, risorse pubbliche e private per colmare lo spazio vuoto esistente tra ricerca, da un lato, e sviluppo e commercializzazione dei prodotti, dall'altro, con un occhio di riguardo per le piccole e medie imprese. I cinque istituti già in attività contano al momento su oltre 300 partner tra imprese, università e centri di ricerca, hanno ognuno una dotazione tra i 50 e i 70 milioni di dollari di finanziamenti federali e complessivamente di altri 480 da parte dei privati.

Che cosa ha indotto gli Stati Uniti ad avviare, con consenso bipartisan, la creazione di un'infrastruttura nazionale focalizzata sul trasferimento tecnologico alle imprese manifatturiere e finalizzata a mettere in sicurezza la leadership del Paese nelle tecnologie emergenti? Una doppia constatazione: innanzitutto, il trasferimento all'estero di una parte sempre più consistente della manifattura stava sottraendo al Paese un fondamentale motore della crescita, il più importante per ciò che riguarda sia gli effetti moltiplicatori nell'economia in termini di output e di nuovi posti di lavoro sia il miglioramento del tenore di vita dei cittadini (considerato che la retribuzione media nel manifatturiero ad alta tecnologia arriva ad essere del 50-100% superiore a quella degli altri settori); in secondo luogo, l'emigrazione offshore dell'industria manifatturiera più avanzata stava portando con sé quote sempre più consistenti di ricerca e competenze industriali di frontiera, fertilizzando i Paesi di destinazione e impoverendo la madrepatria dal momento che soprattutto nei settori dell'alta tecnologia esiste un rapporto simbiotico tra innovazione e territorio, tra ricerca e fabbrica.

Da queste constatazioni è maturato negli Stati Uniti un approccio nuovo al manifatturiero, non più all'insegna del “pensa (e governa) qui e produci dappertutto”, ma “produci qui e vendi dappertutto”, come ha sintetizzato l'ex Segretario al Commercio John Bryson.

Ci riguardano queste vicende? Eccome. Innanzitutto sul piano competitivo e commerciale, considerando che al centro dell'attenzione americana non sono solo le grandi corporation, ma anche le 250 mila piccole e medie imprese manifatturiere, con le quali si deve confrontare una parte non irrilevante delle nostre 420-430 mila. Inoltre, se di una politica dell'innovazione sente il bisogno un Paese leader come gli Stati Uniti, non meno deve sentirne l'urgenza un Paese come l'Italia la cui economia, come peraltro quella tedesca, è molto più dipendente di quella americana dall'industria manifatturiera e molto di più ha la necessità di ricostruirsi un'ampia base produttiva puntando sulle tecnologie emergenti anche attraverso la creazione di strutture di trasferimento tecnologico specializzate e saldamente ancorate al territorio. Questo è ancora un nostro punto debole, mentre è fortissimo in Germania, il Paese che nonostante un costo del lavoro piuttosto elevato e la molta regolamentazione dell'economia rappresenta il migliore benchmark in termini di efficacia di una politica dell'innovazione ben gestita e ben strutturata.

Gli americani guardano con ammirazione al caso tedesco. Ma la manifattura italiana (per quanto eccessivamente dimagrita) e la qualità della nostra ricerca scientifica hanno molte frecce al loro arco. Occorre saperle scoccare nel modo giusto e nella giusta direzione. Quel che serve all'Italia è l'espressione della sua visione e delle sue priorità in termini di politica dell'innovazione. Ciò che si sta facendo per favorire la nascita di nuove imprese innovative, compreso l'Investment Compact recentemente approvato dal Parlamento, va in una direzione giusta. Ma si tratta solo dei primi passi da accompagnare con altri a più ampio raggio e più impegnativi. In ogni caso al cammino che dobbiamo compiere non mancherà l'apporto dell'Istituto Italiano di Tecnologia, soprattutto ora che è stato messo in grado di affiancare alla ricerca d'avanguardia e alle attività di trasferimento tecnologico alle imprese anche la partecipazione diretta alla nascita di start-up innovative ideate dal talento dei propri ricercatori.

Presidente Istituto Italiano di Tecnologia

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