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Perché la «vera» disoccupazione inizia a 25 anni:…

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Perché la «vera» disoccupazione inizia a 25 anni: +6% di inattivi in 10 anni

Il tasso di disoccupazione giovanile italiano continua a viaggiare sul 40%, tra i picchi del 43% registrati un anno fa e il leggero miglioramento affidato agli ultimi dati Istat (39,8% a ottobre 2015, -2,9% su scala annua). Quando si parla di «disoccupazione giovanile», però, non è sempre chiaro un dettaglio: le statistiche si riferiscono alla fascia 15-24 anni e non a quella dei 25-34 anni.

Eppure, è proprio la seconda a nascondere uno dei campanelli d'allarme più insidiosi: il tasso di inattività è cresciuto a ritmo lento ma costante negli ultimi 10 anni, dal 21,9% del 2004 al 27% del 2014 e al 27,6% registrato dai dati Istat nel secondo trimestre 2015. In altre parole: i giovani già formati che “latitano” dalla forza lavoro sono aumentati di quasi il 6% in poco più di un decennio. Un capitale di under 30 disperso tra trasferimenti all'estero, forme di lavoro atipico e, appunto, la disoccupazione de facto di chi non lavora né è alla ricerca attiva di impiego.

Inattivi nella fascia 25-29 anni, record in Europa
Non bastasse lo scenario interno, l'Europa può offrire un terreno di confronto anche più articolato. Secondo gli ultimi dati Eurostat, l'Italia registra il tasso di attività più basso del Continente proprio nella fascia 25-29 anni: 66,9% nel secondo trimestre 2015, contro l'82,2% dell'Unione Europea a 28 e l'81,5% dell'Euro-zona. Numeri che trovano riscontro tra le pagine degli stessi dati Istat, quando si spiega che il calo dell'occupazione è dovuto per il 65% alla «minore partecipazione al mercato del lavoro». Cioè, all'inattività.

Vincenzo Galasso, ordinario di Economia alla Bocconi di Milano, ci spiega che l'insistenza sui dati dei giovani dai 15 ai 24 anni può distorcere la percezione su qualità e quantità delle occasioni lavorative in Italia: «Ogni volta che ci vengono forniti dati sull'occupazione nella fascia 15-24 anni, ho l'impressione che si stia guardando ai numeri sbagliati. È come se fossimo rimasti indietro di 30 anni, quando si iniziava a cercare così precocemente». Galasso allude all'età di ingresso nel mondo del lavoro: se si considera “giovanile” la disoccupazione nella fascia 15-24 anni, si dà per scontato che sia quella l'età naturale per cercare un impiego.

Ma i numeri dicono altro, anche i virtù di fattori pratici: l'innalzamento dell'obbligo formativo a 18 anni, la dilatazione dei tempi di laurea apportata (anche) dal passaggio al 3+2... «Certo, può essere ancora vero per alcuni ma se si guarda al contesto generale - scuola dell'obbligo, università - i dati perdono di significato . Andrebbe tenuta sotto osservazione la fascia 25-34 anni, perché è in quel periodo che ci si affaccia seriamente sul mercato del lavoro».

I limiti (e le maschere) degli indicatori
Lo stesso indicatore sull'inattività non riesce a cogliere alcune sfumature della condizione occupazionale, più sottili (od opache) di quelle registrate nei dati ufficiali. Galasso fa gli esempi di lavoro nero, trasferimenti all'estero e del boom di «imprenditori» che sembra emergere dalle statistiche: un'auto-definizione che svela, in diversi casi, più l'assenza di un rapporto di lavoro canonico che la fondazione di un'attività produttiva. «Una parte del tasso di inattività può essere rintracciata sul mercato del lavoro non ufficiale. Altra peculiarità tutta italiana: tantissime persone si definiscono 'imprenditore', non tanto per aver costruito una realtà produttiva quanto in assenza di un rapporto di lavoro stabile e della ricerca di altre attività» dice Galasso.

Con tutti i suoi limiti, l'inattività dei 25-34 anni offre però una visuale più netta di quanto traspare dalla “sola” disoccupazione degli under 24. Se si guarda in profondità ai dati Istat, emergono squilibri vistosi tra generi e aree geografiche del Paese. Ad esempio? Solo nell'ultimo trimestre 2015, il tasso di inattività dei giovani italiani (27,6%, come scritto sopra) oscilla tra il 19% maschile e il 36% femminile. Anche più divaricata la forbice Nord-Sud: il tasso di inattività del Mezzogiorno (circa 39,8%) è pari a più del doppio di quello che si registra nelle regioni settentrionali (18,7%; il centro “media” al 23,3%). E, sempre nel Sud Italia, il tasso di giovani inattive si è fissato al 50,5% nel secondo trimestre di quest'anno. Un dato «esorbitante» e neppure completo, fa notare Galasso: «Potrebbero sfuggono alle statistiche ufficiali alcune tipologie di lavoratori: chi si è trasferito all'estero, chi è domiciliato al Nord Italia ma mantiene la residenza fiscale al Sud… Se sfuggono o meno dipende dalle loro risposte. Ma restano i problemi di fondo».

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