
I lavoratori delle aziende aderenti a Federdistribuzione (tra cui Ikea, Pam e Panorama, Auchan, Carrefour, Leroy Merlin, Esselunga) scioperano per la terza volta – dopo il 7 novembre e il 19 dicembre 2015 – per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro. A proclamare l’agitazione sono stati i sindacati di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, ma a sostegno della vertenza sono scese in campo anche le confederazioni, Cgil, Cisl e Uil.
Per la Cgil, il segretario generale Susanna Camusso dice che «è impensabile che, dopo oltre tre anni, le grandi aziende del settore non vogliano siglare un contratto che dia giuste tutele ai lavoratori, regoli il settore e garantisca un'adeguata risposta salariale alle lavoratrici e ai lavoratori». In questa «come nelle altre vertenze contrattuali ancora aperte – prosegue Camusso – i lavoratori vogliono veder riconosciuto il loro lavoro. Il contratto nazionale è il patto che, regolando i comportamenti delle aziende e dei lavoratori garantisce, la crescita delle aziende, il rispetto della giusta concorrenza, lo sviluppo regolato del Paese, la qualità, la correttezza e la sicurezza del lavoro. Non riconoscere ai lavoratori un giusto contratto è un danno grave per i lavoratori, per il sistema delle imprese, per l'economia nazionale». Per la Cisl, Annamaria Furlan, osserva che «non rinnovare i contratti di lavoro è una grave responsabilità che si assumono in questa fase della vita del paese le imprese. Per questo siamo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori del terziario, delle aziende della grande distribuzione e dei servizi che domani saranno in tante piazze italiane per protestare per il diritto ad un contratto di lavoro dignitoso». Il segretario generale della Uiltucs Brunetto Boco aggiunge che i sindacati hanno «atteso invano che Federdistribuzione tornasse sui suoi passi e riaprisse la partita per la definizione del primo contratto collettivo nazionale di lavoro per le aziende della Grande distribuzione organizzata. Non è rimasta altra via che quella dello sciopero generale. Ma anche questa è solo una tappa. Ci faremo sentire in tutte le sedi, da quelle politiche a quelle giudiziarie. Sono in gioco valori che attengono alla democrazia delle relazioni industriali in questo Paese».
Al termine della giornata, Federdistribuzione – con una nota – parla di appena un 6,5% delle adesioni, percentuale ancora più bassa delle precedenti astensioni e non sembra troppo preoccupata sull’esito della giornata. Il presidente Giovanni Cobolli Gigli ha affermato che «Nonostante la lunghezza delle trattative che i sindacati stanno imponendo, i lavoratori hanno dimostrato un comportamento responsabile. La percentuale di adesione decisamente inferiore rispetto a quella delle due precedenti manifestazioni sindacali di novembre e dicembre 2015 (rispettivamente misurate nel 9,4% e nell’8,6%) sono per noi un segnale importante che ci sprona ad essere determinati nel portare avanti le nostre ragioni nella trattativa. Sono ormai due anni e mezzo che presentiamo ai sindacati proposte che hanno l’obiettivo di tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori, i complessivi livelli occupazionali e che al contempo siano sostenibili per le imprese, creando così le condizioni per tornare a crescere. Ma abbiamo sempre trovato un muro e la pretesa di firmare il medesimo contratto sottoscritto da Confcommercio, un percorso che fin da subito abbiamo detto di ritenere inaccettabile per le evidenti differenze esistenti tra le nostre grandi aziende associate e quelle del dettaglio tradizionale rappresentate da Confcommercio».
L’ultima proposta delle imprese, anch’essa rifiutata, «prevede una componente salariale di 85 euro nel triennio 2016-2018 in grado di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori anche considerando gli anni 2014 e 2015. A questa componente si affianca la costituzione di una nuova bilateralità più efficiente che prevede interventi di assistenza ai lavoratori per un miglior sostegno al reddito. Abbiamo inoltre proposto una procedura che, in caso di gravi crisi aziendali, induca imprese e sindacati a individuare soluzioni per prevenire nuove emergenze occupazionali».
Da parte loro i sindacati lamentano però che la masssa salariale offerta è troppo bassa. «L’obiettivo di Federdistribuzione – spiegano Filcams, Fisascat e Uiltucs in una nota – è quello di erogare una massa salariale notevolmente inferiore con una proposta pari a circa 1.800 euro, con una mancata copertura per 2014, 2015 e parte del 2016; il contratto rinnovato nel marzo del 2015 con Confcommercio, prevede invece una massa salariale di 3.000 euro al 31 dicembre 2018, con aumenti già erogati nel 2015 ed altri ancora che verranno corrisposti tra il 2016 e il 2017». Questa differenza per i sindacati «determinerebbe una responsabilità nell’introdurre dumping nel mercato che oltre alle disuguaglianze vede quindi un effetto distorsivo tra competitor». A far salire la tensione è stata poi la decisione di erogare nel mese di maggio, a titolo di anticipo sui futuri aumenti, 15 euro. «Una scelta unilaterale – dicono i sindacati – che tende a frapporre ulteriore distanza rispetto alla ricerca di una soluzione condivisa sul contratto nazionale. Una scelta, inoltre, che determina ulteriore distanza con il resto del settore, in primo luogo rispetto ai lavoratori delle aziende aderenti a Confcommercio che raggiungeranno, alla stessa data, 45 degli 85 euro di aumenti complessivamente previsti». Di qui la decisione di arrivare all’ennesima rottura e al terzo sciopero.
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