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Uva da tavola, la Puglia difende il suo primato con l’innovazione

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Uva da tavola, la Puglia difende il suo primato con l’innovazione

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Con il 60% della produzione totale italiana, che ammonta ad un milione di tonnellate l’anno, la Puglia punta a confermare anche per la stagione 2016 la sua posizione leader nella produzione dell’uva da tavola il cui mercato si avvia proprio in queste settimane. E c’è anche da difendere una buona posizione nell’export, che, in base ai dati del 2014, si riassume in 450mila tonnellate per un controvalore di 550 milioni di euro che piazzano l’Italia prima in Europa nella commercializzazione di questo prodotto.

Gran parte del fatturato è alimentato proprio dalla Puglia che vede la provincia di Bari con circa 11mila ettari e quella di Taranto con circa 10mila come le aree maggiormente vocate. E questo nonostante la superficie coltivata ad uva da tavola abbia subito proprio in Puglia un forte decremento passando, dal 2010 ad oggi, da 43mila a 25mila ettari complessivi e anche i consumi del mercato interno siano scesi.

«Innovare le qualità, aggregare i produttori e promuovere l’offerta sono i tre impegni che ci attendono - spiega Luca Lazzàro, presidente di Confagricoltura Taranto - considerato che bisogna fronteggiare la concorrenza di una quarantina di Paesi, molti dei quali dell’area mediterranea, che dalla loro hanno il vantaggio di costi più bassi nella produzione». E puntare di più sulle qualità d’uva senza semi costituisce una delle strade che i produttori del Tarantino intendono percorrere. Due le aree dell’uva da tavola: il comprensorio che gravita attorno a Grottaglie nel versante orientale e quello che fa leva su Castellaneta per il versante occidentale.

Uva “Vittoria”, varietà precoce ma con i semi, e “Superior” senza semi sono le due tipologie dell’area di Grottaglie; “Italia” e “Red Globe”, invece, per la fascia di Castellaneta. La prima esporta in Germania, Belgio, Inghilterra, Usa, Canada e Polonia, la seconda, invece, Nord Europa, Paesi Scandinavi, Emirati Arabi e anche Germania. Entrambe, poi, hanno la grande distribuzione come principale cliente italiano.

«Il settore - commentano i produttori dell’area di Grottaglie - ha un urgente bisogno di cambiamento e di programmazione: innovazione varietale soprattutto, che è necessaria per far sopravvivere le aziende e abbassare i costi fissi. Ma avviare un nuovo impianto di uva senza semi, quella che il mercato sta chiedendo fortemente, significa investire tre anni di tempo e 50mila euro per ettaro da quando si pianta la barbatella al primo taglio. Sbagliare varietà può essere deleterio e per questo c’è tanta incertezza tra gli agricoltori».

«Il mercato sta chiedendo sempre più varietà senza semi e la nostra area di produzione - affermano dal versante di Castellaneta - si sta riconvertendo rapidamente nonostante qualche difficoltà. Esistono molte cultivar, infatti, e anche royalties da pagare alle multinazionali per poterle impiantare, ma la crescita della richiesta è notevole e il mercato e i gusti dei consumatori spingono in questa direzione».

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