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Dossier Val di Noto e Sicilia: il pieno di siti Unesco non trascina l’indotto

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    Dossier | N. 7 articoliIndustria delle vacanze

    Val di Noto e Sicilia: il pieno di siti Unesco non trascina l’indotto

    La cittadina di Modica, patrimonio dell’Unesco. (Agf)
    La cittadina di Modica, patrimonio dell’Unesco. (Agf)

    Partiamo dalla fine, la concentrazione di bellezze: la Sicilia, un dodicesimo della popolazione nazionale, vanta il 20% dei siti Unesco italiani, primo Paese al mondo per riconoscimenti. Di più: la Sicilia è il territorio insulare dell’Unione europea sul gradino più alto del podio. Un patrimonio quasi tutto ingiustamente collocato nella Sicilia centro-orientale (il Val di Noto, Siracusa e la necropoli di Pantalica, Piazza Armerina, la Valle dei templi, le isole Eolie, l’Etna e, unico a occidente e l’ultimo iscritto, l’itinerario arabo-normanno, se stiamo solo ai siti materiali).

    Uno spreco, se si pensa che Segesta, Selinunte, Motzia e le saline di Marsala, solo per citare almeno tre dei luoghi di indubbio valore, non rientrano nella World heritage list. Il tema chiave non è tanto quello aritmetico - quanti siti Unesco ci meritiamo - ma la qualità della loro gestione. Detto brutalmente: che ricadute economiche produce un sito Unesco? E quali attività economiche genera? Delle risposte si è occupato uno studio redatto dell’Osservatorio sulle isole europee (Otie) e commissionato da Confesercenti. I dati sono chiari: c’è un aumento della presenza straniera (in Sicilia c’è una divisione salomonica: un turista su due); c’è una crescita costante degli arrivi e delle presenze rispetto alle località non iscritte nella world heritage list, e ci sono, se rapportati al numero degli abitanti, più attività ricettive: alberghi, B&B, ristoranti. Un dinamismo imprenditoriale che si riduce fino quasi a scomparire quando l’analisi si sposta sulle attività imprenditoriali centrate sulla cultura e l’intrattenimento. Una carenza grave, se si considera la motivazione che spinge oltre la metà dei turisti a muoversi verso la Sicilia: visitare uno dei tanti gioielli del patrimonio architettonico, storico o museale. Logica vorrebbe che attorno a un tema di così forte richiamo sorgessero una serie di iniziative imprenditoriali. E invece scopriamo, si veda la tabella in pagina, che nei dieci siti Unesco oggetto della ricerca (quello arabo-normanno è stato istituito immediatamente dopo) queste attività si contano sulle dita di una mano. Una contraddizione che fa arrabbiare i vertici dell’Unesco. Autoimprenditorialità nella media, almeno finché è legata ad attività tradizionali, ma che precipita allo zero non appena ci si sposta sulla fruizione dei beni culturali.

    LE RICADUTE DEL “BRAND” UNESCO
    Dati in milioni di euro (Fonte: Otie)

    Per verificarlo, è sufficiente fare un salto nel Val Di Noto, imprigionato da una sequenza di sigle che dovrebbero assicurarne una governance blindata. Paolo Patané, braccio destro del sindaco di Catania (uno degli otto Comuni del Val di Noto) Enzo Bianco, li elenca uno per uno: c’è il distretto turistico Sud-Est, un organismo pubblico privato, presieduto dal sindaco di Noto Corrado Bonfanti; c’è l’associazione turistica Sud-Est, di natura interamente pubblica, presieduta dal sindaco di Militello Val di Catania Pippo Fucile; infine c’è il Cunes, il coordinamento dei Comuni Unesco della Sicilia, che riunisce i 43 rappresentanti dei Comuni dei siti in questione, con la mission di spingere i primi cittadini a redigere i piani di gestione e di presentarsi a Roma, e soprattutto a Palermo, sotto un’unica bandiera.

    I TREND A CONFRONTO
    Variazioni % su anno precedente (Fonte: Otie)

    La Regione siciliana è la bestia nera del Val di Noto. Patané lo dice in modo elegante: «C’è una forte friabilità del sistema politico siciliano». La prova? In poco meno di tre anni sono cambiati cinque assessori regionali ai Beni culturali. Solo per rimanere alla complessità geopolitica, gli otto Comuni del Val di Noto devono confrontarsi con tre sovrintendenze (Catania, Siracusa e Ragusa), il rappresentante dei Beni ecclesiastici e la Fondazione patrimonio Unesco. Forse non è un caso, spiega Patané, «che il Val di Noto non abbia ricevuto un centesimo dai fondi europei 2007-2013 per i progetti strategici».

    Riuscirà il Cunes a far parlare con una voce sola tutti i Comuni? A Noto il sindaco Corrado Bonfanti chiede alla Regione «un atto d’amore verso la Sicilia». Il sindaco racconta che in cinque anni sono nate 500 nuove attività economiche, 300 delle quali legate al turismo. E che in otto mesi sono arrivati un milione di turisti. Quello di cui i sindaci non amano parlare è la mancanza di una tecnostruttura che traduca in atti concreti le scelte politiche. Un contrappeso nella distribuzione dei ruoli e delle competenze.

    Noto, insieme a Scicli, Ibla e Modica, è una delle regine del tardo barocco. Ma basta spostarsi a Militello Val di Catania, 7mila abitanti, uno dei paesi più periferici, per sentire una versione agli antipodi: «I pochi turisti stranieri li vediamo da quando un architetto ha aperto la prima struttura ricettiva del paese», dice il sindaco Pippo Fucile. Qui si campa di agricoltura, fichi d’india e arance, e il primo cittadino, un odontoiatra, ammette di pagare con i suoi soldi la mensa dei poveri allestita dalla Caritas. Pure questo è il Val di Noto.

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